giovedì 17 gennaio 2013

S.M.S. - Da Qui A Domani (Recensione)

Miro Sassolini è un personaggio che non ha bisogno di nessuna presentazione; basta ricordarsi la storica voce che animava i fiorentini Diaframma da "Siberia" a "Boxe" nei famelici anni Ottanta del Rock Italiano Cantato in Italiano, nonchè il grande contributo come artista figurativo per le mostre Marginalia e La Marea Distante, dove la transavanguardia oliviana che l'ha caratterizzato nel suo primo periodo ha potuto riemergere sotto forma di radice.
Ma la Musica (questa bella dea), elemento irrinunciabile nel percorso di crescita intellettuale di Miro, ritorna possente e inaspettata, come se "i giorni dell'I.R.A" abbiano fatto germogliare nuovi, sorprendenti frutti. Questi sbocciano a pieno nel 2011, quando avviene l'incontro-sodalizio con la linguista in versi Monica Matticoli, e non tarda a nascere già il primo lavoro intitolato Rumore Bianco, foriero della decisiva collaborazione con l'ex-Disciplinatha Cristiano Santini (adesso anche sound engineer in proprio con la Black Fading Records) per il progetto che subito vestirà i panni dell'acronimo S.M.S. (iniziali dei tre artisti Sassolini, Matticoli, Santini, ndt). Il trio, si avvale pure della vicinanza dell'esperto musicista Federico Bologna, il videoartista Daniele Vergni, e il fotografo ufficiale del booklet Angelo Gambetta.

Con alle spalle un entourage così, viene difficile non rimanere incantati di fronte a"Da Qui A Domani", concept album in dodici tracce/canzoni/poesie, ognuna delle quali profondissima, ci mette innanzi ad una dolce concentrazione, quasi ipnotica, medusiaca; i testi, ideati e scritti dalla poetessa Monica sono cuciti sulla misura vocale di Miro, che modella le parole come fossero versi di un madrigale cinquecentesco approdato ai tempi nostri, (tanto che qualcuno parla persino di "metafisica del verso"), mentre Santini e Bologna intessono tutto un telaio ambient-elettronico-minimale che subito ricorda Eno o Sylvian. Si inizia con "Sul Limite", passo introduttivo pregnante, in cui il libero poetare dei gesti umani diventa talmente etereo da rasentare l'incorporeità, mescolandosi al suono come un'opera cavalcantiana che rappresenta la pura emozione; "Leonard", seconda traccia e protagonista dell'album, dipinge un soggetto combattuto nelle sue contraddizioni di vano uomo forte che tenta di unire le paure dell'agire e dell'amore, la disillusione, lo svuotamento. Il tempo e le sue diseguaglianze incolmabili vengono mostrate "In Quiete", elementi fondanti impotenza e fragilità alle quali la mente umana è sottoposta inevitabilmente come un pesante "precipitato d'ossa"; "Disveloscoperchia la fenomenologia secondo cui Eros/Amore agisce su noi esseri umani, quasi entrando senza permesso nei più piccoli interstizi dei nostri organi interni, orecchio e cuore, nella pienezza d'un momento da vivere all'infinito; si potrebbe restare benissimo sbalorditi sulle note di "Rimane Addosso" ("La Veste Lacerata Del Risveglio"), composta da una sola, unica frase, ma soprattutto ossimorica, nella metafora che pone in lotta "vento" e "sorte" sempre con la condizionante del tempo balordo, da sfruttare forse in maniera più senecana, quando risorge nuovamente l'edonistico invito al corpo ingordo per una "fame da riempire".  "Semel Heres(letteralmente, Erede Una Sola Volta, in latino, ndt.) ardisce un'ulteriore similitudine tra passato e destino futuro, dichiarando gli intenti di "lacerare il buio" e "raccontare il proprio nome", verso una salvezza chiamata "amore che non giudica". In "Idea Dell'Alba", Miro sembra quasi un profeta errante nelle terre di nessuno, diffondere il Verbo della Natura e della ciclicità interiore, a metà strada tra un Zarathustra e un Ferretti periodo Linea Gotica.  E la somatizzazione corporale dell'esterno insieme all'empatia si manifestano a pieno in "A Nudo", mirifico inno alla comprensione totale, allorquando un anonimo Max (forse espediente fittizio) fa capolino in "Dal Vetro Allo Specchio", permettendo a Leonard di trattare la propria condizione esistenziale, in quanto persona che vive la vita nel suo profondo, volendone trovare un senso nelle emozioni e nei sentimenti sopra anche le cose banali (come i "sensi" e le "rughe"), anche se il segreto che sottende a ogni plastica realtà è quello che finisce per interessare. Elogio al presente e alla debolezza concessa al privilegio della conoscenza, "Mai troppo chiuso (Il Tempo)", rende anche grazie a un serafico pacto amoris che s'innesta negli antri più piccoli dell'anima, il dolore si trasforma mutevole in catarsi e speranza, in un festina lente. La chiusura si schiude lasciando il posto ad "Oltremodo", contro ogni limite spazio-temporale, l'invecchiamento e i suoi segni, un'altra dichiarazione d'amore infinito per il desiderio che travalica la terranità per coniugarsi invece con il massimo ascetismo della volontà. Un invito a considerare il tempo non più come un tiranno, bensì come uno dei tanti fattori da accettare nell'esistenza materica di ognuno di noi.

Non solo canzoni, queste, ma veri e propri poemi emozionali che interiorizzano tutti gli eventi come spugne imbevute di ogni sensazione, positiva e negativa, non lasciando nulla al caso, trattati visionari che danno ancora ragione ad Henri Bergson, quando asseriva che il fuori si sviluppava nel dentro.
La triade perfetta di Miro, Monica, Cristiano e amici è da ritenersi il sodalizio artistico-musicale più completo e interessante che si sia mai avuto in questi ultimi anni di obiettiva carenza creativa da parte della musica italiana, spesso vista stagnante e ferma. Con la buona novella della loro partecipazione al progetto vdb23 Rocchi-Maroccolo, attendiamo con ansia il prossimo lavoro tuttora anonimo. Ma intanto, godiamoci questa delizia d'impareggiabile bellezza, per le orecchie ed il cuore.

Voto: ◆◆◆◆◆
Label: Black Fading Records/Audioglobe

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