mercoledì 4 settembre 2013

Echo Bench - Echo Bench (Recensione)

Non sono io la prima a portare la buona novella: si enumerano nutrite le schiere di seguaci dediti all’ascolto di musica sconfortante e ansiogena, la cui qualità opprimente non è un deterrente né una caratteristica estrinseca, ma l’esatto requisito corroborante in grado di annientare il tedio della quotidianità dell’essere vivi. Il panico, a cui è concessa solo la melanconia quale sollievo, è evidentemente uno stato di trauma emotivo a cui ricorriamo volentieri per distinguere un istante dall’altro e isolare i giorni oltre la serialità.
Di questa sensibilità insieme familiare e straniante come mobilio demodè si alimenta il debutto delle Echo Bench, trio israeliano che allinea apocalissi domestiche e deflagrazioni sommesse, rivelando d’impatto l’eredità degli Wire di "Chairs Missing": il miagolio capriccioso e affranto della voce preme contro il pertugio incastrato tra lo scricchiolare melodico del basso e le litografie tracciate dalla chitarra sulla latta sorda della batteria. Mentre il moto perpetuo di "The Same Mistake" riproduce l’ostinata ossessività di una perversione morale, "Out Of The Blue" è sconquassata da striduli intermezzi acuminati; i seriali esotismi chitarristici di "High Noon" innescano in combustioni mediorientali gli infantilismi vocali di Noga Shatz, che si irrigidisce in un’isteria suadente in "High Roller", frenesia epilettica di scuola Circus Mort, strutturata su una partitura mutila di una progressione narrativa riconoscibile. Il basso minaccioso, insinuandosi attraverso la rada ragnatela degli arpeggi di "Broken", puntella il lamento fanciullesco del cantato, prima di lanciarsi in un severo precipitare percussivo in "Liquid Sky" e sferrare una rivendicazione di preminenza sul balbettio frustrato di "After Party". "24" esibisce un’accattivante e maliziosa filastrocca, rumorosamente e indolentemente altalenante su un dondolio ritmico invincibile, che si frammenta nella catastrofe sconsolata e claudicante di "French", affollata di sibili inquietanti e fragori istantanei che si disperdono sulla fluidità mercuriale del basso. 

L’epilogo, affidato al marciare sconfitto di "Flesh a Bone", è una scommessa a perdere che confessa lucidamente quanto si è disposti ad abbandonare: la posta in gioco è solo la vita, quindi alzati e rifiuta.

Voto: ◆◆◆
Label: V4V Records

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