martedì 15 ottobre 2013

Kalweit And The Spokes - Mulch (Recensione)

Ecco un’altra band che sembra in tutto e per tutto uscire dai corner  americani tanto è perfetta la prestanza e che invece viene da Milano, sono i Kalweit And The Spokes  con il nuovo album Mulch, un disco (il secondo) che è un insieme di storie agrodolci, acustico ed elettrico si incrociano in un tutto che si distacca notevolmente dalla media delle produzioni underground, dodici tracce seducenti e variegate sia in stile che timbrica, se poi ci vogliamo anche giocare i colori impressi sopra, è un investimento elaborato di bello su tutti i fronti.
Storie e frame emotivi sull’alcolismo e su come trasforma il dentro ed il fuori di anime ed umani, ma anche di come l’alcol riesce – a suo modo – ad estrarre dal profondo dell’intimo di chi se lo trangugia spesso verità, vissuti e passati altrimenti mai usciti allo scoperto, mette a galleggio quella dark side umana relegata a “fondo polveroso” da portarsi dietro di nascosto e come un bagaglio scomodo, come un peso insopportabile; folk, pop, ballate, pezzi di vetro e arie respirate attraverso la mente sono i favori d’ascolto di questo ottimo lavoro, un modo cantautorale di descrivere la vita all’ingiù, attimi e momenti pregevoli che non disperdono mail le loro venature malinconiche a favore di un’alterazione commerciale o altre forme ridicole.
Georgeanne Kalweit alla voce, Mauro Sansone alla batteria e Giovanni Calella alla chitarra, creano poetiche e soluzioni di qualità e trasporto, la loro musica è un insieme di musiche e  che riflettono un plasmabile pathos emotivo, si agganciano dall’apertura fino alla fine senza quel frenetismo di pragmatica, un fluido raccounteur che si fa melodia o frontiera per una scarica interiore infinita; è una ricetta sonora che piace dannatamente, specie quei sentori tex-mex che vibrano in "Liquor Lyles", "Appliance", il caracollare latin carretero di "Barbara Bit The Dust", lo sferragliamento rock che graffia "Hank’s Hour" o il rarefatto pads che annebbia la psichedelica "Wetutanka", ma c’è molto altro che passa in questo ascolto, un fiume in piena di parole e immaginazioni che sciamano libere in una dolcezza indescrivibile, quella dolcezza a linea d’ombra che divide il cuore, dallo spirito, riunendoli poi nel finale con una scheggia che sembra un saluto della grande Janis Joplin, un saluto a chiunque abbia messo  - anche per poco – la testa in questa tracklist dalla grammatura straordinaria, "Fifth Daughter".         
Non c’è nulla da aggiungere se non che la grazia polverosa passa da qui.

Voto: ◆◆◆
Label: Irma Records 

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