lunedì 7 ottobre 2013

Massimo Volume - Aspettando i barbari (Recensione)

Rispolverando i versi de “La città morta”, contenuta in “Da qui” del 1997, si può candidamente risalire al fulcro centrale di “Aspettando i barbari”:

“Salendo le scale
ci ha spaventato il silenzio 

e qualcosa che pareva
un'attesa"

Vi è un'ottica del tutto oggettiva e rassegnata che prende il sopravvento una volta raggiunta l'età adulta.

Proprio  nel momento in cui il nostro sguardo sul mondo - e su ciò che ci circonda - prende questa inevitabile piega, la poesia della vita va a farsi fottere, ingabbiata in un incessante e silenziosa attesa.
Uno stadio, questo, che indubbiamente Clementi & soci avranno raggiunto da tempo, ma che tra i solchi di “Aspettando i barbari” spunta fuori prepotente in ogni singolo antro, dai testi agli arrangiamenti, fino a lambire le tinte sfocate e plumbee della produzione in studio, a questo giro ben più pe(n)sata e lavorata rispetto al passato.
Volendo raccogliere l’ultima pietra di paragone gettata dalla band emiliana, a differenza di “Cattive abitudini”, l’attesa dei barbari cala un alone di freddo disincanto sulla poesia di cui Emidio Clementi è portatore sano.
Tutto si fa più cupo, secco e affilato nella morbida mistura di musica in versi a cui i Massimo Volume ci hanno abituati nel tempo, senza mai disdegnare staffilate dure e pure, ma sempre intrise di una classe innata, che qui prende i contorni di un disincanto quanto mai vivido e pregno di un insostenibile e leggero cinismo.
In “Aspettando i barbari” questa classe resta immutata, sempre grazie agli intarsi chitarristici del duo Sommacal/Pilia che riflettono a pieno il mood oscuro e tagliente che aleggia nel disco, complementari nel tessere trama e ordito melodico, senza mai sovrapporsi l’uno sull’altro, ma costituendone a vicenda il proprio naturale prolungamento, in un gioco di botta e risposta.
Dal semplice e sincero resoconto di “La notte” in cui scivola via la conta dei feriti, passando attraverso il lamento di “Vic Chesnutt” (dedicato, ovviamente, all’omonimo cantautore scomparso il 25 dicembre 2009), l’accorato racconto di “Silvia Camagni” o Buckminster Fuller in “Da dove sono stato”, questa disillusione si fa strada tra le vite dei personaggi stessi, portavoce di sensazioni e vicende condivise.
Così come nei disincantati versi de “La cena”, o nell’apertura aspra di “Dio delle zecche”, la carica evocativa e immaginifica resta sempre forte e compatta, “Aspettando i barbari” rappresenta la manifestazione concreta di una band che non vuole assolutamente adagiarsi sugli allori di una carriera (quasi) ineccepibile, ma che invece vive il proprio percorso musicale attraverso la ricerca e scoperta continua attraverso le stanze buie della coscienza.
Un buio ormai rassicurante che abbiamo imparato a conoscere ed esplorare.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: La Tempesta




0 comments:

Posta un commento

 
© 2011-2013 Stordisco_blog Theme Design by New WP Themes | Bloggerized by Lasantha - Premiumbloggertemplates.com | Questo blog non è una testata giornalistica Ÿ