giovedì 10 ottobre 2013

Sebadoh - Defend Yourself (Recensione)

A volte ritornano, e sembra la moda del momento il come back di alcune band nineties, portabandiere di quell'indie rock di matrice americana, che, a parere dello scrivente, è stato l'ultimo grande momento di entusiasmo pop. I Sebadoh sono il gruppo di Lou Barlow più famoso per essere il bassista sfigato dei Dinosaur Jr, l'occhialuto nerd a cui un giovane J Mascis aveva giurato il suo odio. Sono passati tanti anni, anche dalla reunion dei Dinosaur Jr, le asce di guerra sono state sotterrate e ora, forse, è il momento di passare all'incasso. Vorranno pure passare le ultime reminiscenze degli anni '80, no? Sono tredici anni che suonano gli anni '80, io mi sarei pure rotto il cazzo, voi no?

I Sebadoh, dicevamo, sono la creatura di Barlow che nel 1986 cerca di trovare un minimo di libertà compositiva dedicandosi ad un progetto alternativo ai Dinosauri. Cacciato dal gruppo madre nel 1988, successivamente alle registrazioni di Bug, avrà modo di dedicarsi alla sua creatura a tempo pieno, inventerà, assieme ad una manciata di altri gruppi tra cui i gbv e i geniali Pavement, il lo fi e per la prima volta in vita sua, speriamo, si sarà sentito importante.

Quattordici anni sono tanti, sopratutto se sulle tue spalle c'è il peso di almeno 2 capolavori ("Bakesale",  "Sebadoh III") e uno dei dischi più belli di tutta la scena indie '90 ("Harmacy"). Il tempo, purtroppo, passa per tutti, anche per Barlow e compagnia, infatti il disco è buono, a tratti ottimo (sopratutto nei pezzi di Lowestein, più tirati e sbilenchi, come al solito), ma prevedibilmente, di maniera. Nessuno si aspettava rivoluzioni, ci mancherebbe pure, anzi alla fine si sta bene coccolati dalla mamma, ci si sente al sicuro. I due pezzi iniziali sono due discrete, classiche, ballate alla Barlow, mentre "Beat" e la title tack (Lowestein) sono delle ispide cavalcate elettriche di pregevolissima fattura e di ampi rimandi alle sonorità dei '90. Quasi a dividersi equamente il palco "Oxygen" è un pezzo di Barlow, alla Barlow, una scrittura che riconosci dalla prima nota, mentre "Once" è uno strumentale amaro. "Inquires" è un altro pezzo veloce di Lowestein, e sembra quasi un pezzo country da fattoria texana come lo avrebbero suonato i Velvet Underground. Si ricorda i Minutemen, avete ragione.

"State Of Mine" è un'innocua mid tempo, mentre "Final Days" è un pezzo spettacolare dove tutta la capacità di scrittura di Lowestein viene esaltata da un arrangiamento di chitarre sfavillante. Lowestein è sempre stato il mio Sebadoh preferito, alla faccia del gruppo di Barlow e anche dopo 14 anni si dimostra meglio del capo, anche se in questo disco, sembra di sentir cantare Scott Weiland, non scherzo! Più '90 di così! "Can't Depend" è una ballata elettrica sempre di Lowestein, e indovinate, sembra tirata fuori da Purple, la b-side segreta di Interstate Love Song!

Barlow si riprende il proscenio con una ballata strepitosa, triste e dolcissima, "Let it Out" è il suo pezzo meglio riuscito per quest'album. Segue a ruota "Listen" che, dopo un intro quasi shoegaze, si apre in un arpeggio in minore. Ecco, qui siamo un passo avanti, siamo alla non ripetizione, e il risultato è ottimo. Ricorda Bang bang della Sinatra se l'avessero incisa nel 1999.

Il disco si chiude con "Separate" con il quale Lowestein si commiata riportando il treno sui binari della classicità, la loro classicità.

Un buon disco, nessun rimpianto, non a livello dei capolavori, ma ripeto, nessuno se lo aspettava e nessuno lo chiedeva. Ricordi che diventano canzoni.

Voto:  ◆◆◆
Label: Domino Recording

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