lunedì 5 maggio 2014

La Dispute – Rooms of the House (recensione)

Se la strada per l’inferno è paradossalmente lastricata di buoni propositi, anche la via verso l’aggressione sonora del nuovo disco dei La Dispute è asfaltata dagli intenti benefici, ma in modo molto meno metaforico: Rooms of the House esce per l’etichetta Better Living, fondata dalla band con lo scopo di creare un collettivo di musicisti socialmente sensibile, obiettivo confermato dalla scelta di devolvere parte del ricavato dell’album a organizzazioni di beneficenza. Ma non solo le finalità filantropiche anticipano l’ascolto del disco: il preambolo è anche il concept che si dipana attraverso dodici micro-narrazioni, ovvero la storia di una famiglia analizzata attraverso le stanze della casa in cui vive.
Tuttavia l’elemento dirimente, che tenta di rendere vigoroso ed efficace quello che altrimenti sarebbe semplicemente un buon disco, è la voce di John Dreyer: ostinatamente aggrappato alle note e probabilmente all’esistenza, fa la differenza ogni volta che apre bocca. Questa nuova prova dei ragazzi di Grand Rapids, Michigan, potrebbe essere ascritta agli At The Drive-In sotto Tavor per compattezza e omogeneità, distribuite ad esempio in "First Reactions After Falling Through The Ice" con una disinvoltura che finisce per avere uno spiacevole effetto disorientante su di me, abituata ad ascolti pervasi di goffa isteria. I La Dispute esordiscono sempre con incipit dalle promesse auree, che però disattendono puntualmente, scivolando nell’indifferenza: "Woman (in mirror)" nasce circospetta e mutilata da una sottrazione vincente, ma si defila presto quasi temendo di scalfire l’innocua convenzionalità; Scenes from "Highways 1981-2001" potrebbe essere un esperimento di laboratorio volto a provare cosa ne sarebbe stato dei Fugazi se fossero stati più a modo e meno feroci, come dimostra anche la chitarra poderosamente quadrata di "For Mayor" in "Splitsville", su cui si srotola una climax senza freni di parole. Il parossismo iperamericano intriso di amarezza repressa è palpabile e incombe anche nell’esordio controllato di 35, tenuto a bada prima che una fretta malcelata irrompa, in un continuo trascinare il compatto strato di chitarre con liriche inesauribili, mentre il drumming sullo sfondo quasi scompare.

Un vago senso di minaccia aleggia, generato dalla sensazione che i La Dispute vorrebbero stipare tutto l’esprimibile in poco più di quaranta minuti, ora nello scontro a fuoco di "Stay Happy There" tra Dreyer e la batteria, in cui è sempre la voce ad avere la meglio, ora nella potenza convenzionale di "Extraordinary Dinner Party", riscattata dalla linea vocale convinta e convincente. Ma lo sforzo esacerbato non si traduce in una forma espressiva dilaniata, aperta e votata all’incompiutezza, bensì in un monolite sonoro che i critici musicali di mestiere definirebbero granitico. Avrei adorato questo disco se avesse suonato tutto come i primi ventisei secondi.

Voto:  ◇◇
Label: Better Living



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