lunedì 20 ottobre 2014

Valerian Swing - A U R O R A (Recensione)

Bando alle ciance, per una volta eviterò lunghe e prolisse prosopopee e andrò velocemente a spiegare perchè i Valerian Swing, col loro terzo album Aurora, hanno tirato fuori uno dei migliori dischi dell'anno.
Math rock perlopiù strumentale, è questa la base da cui il trio di Correggio parte per creare in otto pezzi un miscuglio sonoro che sfocia anche in altri ambiti: già l'iniziale “3 Juno” palesa nell'incipit atmosfere post rock di una potenza paragonabile ai Russian Circles, per poi evocare chitarristicamente e vocalmente parentele con la scena emocore nostrana. Un caso che Matt Bayles, già dietro alla band di Chicago e produttore del precedente album dei Valerian Swing A Sailor Lost Around The Earth, sia alla produzione anche in questo caso? O che due dei concittadini Gazebo Penguins siano coinvolti nell'album (Sollo nella produzione e nelle tastiere [non nel senso che ci si è infilato dentro eh] e Capra nelle urla presenti in “Scilla”)? Io dico sì, perchè la coesione sonora che la band sfodera dal primo all'ultimo minuto dà l'idea di una capacità di maneggiare il pout pourri di influenze assolutamente spontanea, come se i tre avessero mangiato tutti questi generi a colazione per anni e gli venisse naturale mischiarli per creare tutto questo ben di dio.
Prendete il binomio, prevedibile solo nei titoli, “Scilla” e “Cariddi”: tanto devastante nella sua partenza a mille la prima quanto capace di assestarsi su ritmi più monolitici la seconda, salvo poi riprendere la corsa in un finale che sa tanto di percorso circolare. La tromba che si insinua fra le ultime note (e che appare timidamente anche nel finale di “Cancer Minor”) serve solo a dare un tocco di particolarità in più, prima che l'apparente calma venutasi a creare venga squassata dallo splendente ed indiavolato inizio di “In Vacuum”, una creatura sonora che muta ritmo e tempo innumerevoli volte già solo nel primo minuto di durata e senza che questo sembri un vuoto esercizio di stile.
Incredibile la capacità con cui Steve alla chitarra tiri fuori riff che entrano in testa dal primo ascolto: quello con cui si apre “Spazio” ad esempio, evoluto nell'arco di una canzone che alterna con naturalezza accelerazioni violente e momentanee pause oscure come quella che verso la fine, pur brevemente, eleva a protagonisti assoluti il basso cavernoso e lo sporco lavoro della tastiera in sottofondo. “Parsec” subito dopo dà una buona idea nel suo continuo sviluppo di come le influenze emocore si possono ben amalgamare a momenti di sfogo granitico, ed il suo finale sfumato ben si sposa alla sacralità che la tastiera dà all'inizio della conclusiva “Calar Alto”. Se proprio vogliamo trovare qualche difetto diciamo che questo inizio si lega un po' forzatamente con l'entrata degli altri strumenti, ma fa gioco ad un brano che rimarca ed avvalora le influenze post rock della band, ben delineate dall'andamento rilassato ed intimista della lunga parte centrale e che fa da splendido veicolo ad un finale in cui torna a splendere il sole fra le distorsioni. Vogliamo trovare un altro difetto? Il modo in cui “Cancer Minor”, forse il brano più cupo dell'album, dia l'impressione di finire troppo sbrigativamente...come se la faccenda musicale non fosse stata pienamente risolta nonostante l'azzeccata idea di iniziare e finire il brano con una tastiera che porta la mente verso gli spazi siderali.
Avrei potuto usare anche meno parole per esprimere la mia opinione su un album che va ascoltato più che descritto: sul loro bandcamp lo trovate in download gratuito (una buona abitudine della zona, almeno per quel che riguarda la musica indipendente...a quando un album gratis di Ligabue? Chi lo vuole alzi la mano, io le ho già messe in tasca), quindi spero di avervi creato quel tanto che basta di curiosità per andarvelo a scaricare e lasciar parlare gli strumenti al posto mio.

Voto: ◆◆

Label: To Lose La Track/ Magic Bullet Records / Subsuburban / Cavity Records / Small Pond



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