martedì 15 marzo 2016

Blackwood - As the world rots away (Recensione)

Quando qualche giorno fa Eraldo Bernocchi disse che in questo periodo della sua carriera artistica si sarebbe dedicato a musica più "diretta", alludeva anche a quella creata con lo pseudonimo Blackwood, un nuovo progetto (a cui, in sede live, collabora il batterista jazz Jacopo Pierazzuoli) che recupera quella poetica primoindustriale che non si preoccupa di mettere in comunicazione tra loro diversi generi musicali, al fine di creare un prodotto interessante, e As the world rots away lo è sicuramente.

La più grande dote di quest'ultimo lavoro di Bernocchi è il suo approccio fortemente punk, che lo fa suonare, appunto, "diretto", rendendolo facilmente assimilabile dall'ascoltatore, nonostante il genere non sia sicuramente tra i più semplici. In As the world rots away, Bernocchi fa dialogare insieme pesantissimi riff doom (che costituiscono i motivi portanti della maggior parte dei sei brani), atmosfere sinistre, crude percussioni industriali e samples assortiti, ma se proprio si dovesse evidenziare il punto più alto dell'album, senza dubbio questo sarebbe Sodom by the sea per il modo in cui il Nostro usa il silenzio, ponendolo in comunicazione diretta con la cacofonia tipica della power electronics, recuperando la lezione di John Cage. Questo brano sembra volerci dire che, in un grande album, spesso sono i dettagli a fare la differenza, ma quel che fa la differenza in questo caso è anche il modo in cui brani duri come macigni suonino easy listening se ben pensati, ed è questo il caso dell'opener Breaking God' spine.

In questo brano, il durissimo e minimalista riff di chitarra rappresenta il perno attorno al quale ruota tutto il brano, un riff semplice, concettualmente punk. La struttura è semplice: il riff regge il brano in un pesantissimo mid tempo (pesantezza esasperata dall'accordatura bassissima della chitarra) e il sampling ne acutizza la violenza. Successivamente, il brano si apre a percussioni industriali che sembrano provenire dalle picconate di minatori nel pieno del loro lavoro, il cui suono percussivo ci mette addosso una enorme sensazione di disagio, per poi riprendere il riff iniziale fino ad una conclusione particolarmente noise e cacofonica. Qui tutto torna come se fosse una sorta di brano rock che dialoga con il post-industrial, ma tutti i suoni sembrano particolarmente realistici, merito di una produzione volutamente essenziale e ruvida, e quel che rimane in testa è la gestione del tempo musicale da parte di Bernocchi: ogni riff di chitarra, così come il flusso cacofonico, viene lasciato libero di fluire fino alla sua estinzione. In questo senso, il suono è "vivo", non manipolato, o almeno ci appare tale.

In Santissima muerte da un lato ritroviamo le distorsioni di chitarra già ascoltate nel brano precedente, ma ci troviamo qui all'ascolto di un brano meno inquadrato all'interno di un ritmo definito. L'atmosfera, oltre ad essere annichilente, qui presenta anche dei connotati sinistri anche grazie all'utilizzo di certi particolari suoni, e il drumming minimalista e ruvido fa il resto.

La già citata Sodom by the sea, oltre all'utilizzo molto intelligente del silenzio, è un momento più atmosferico, in cui la componente noise ruggisce come un leone, in un fluire che la distorce e la contorce. Putridarium è un titolo eloquente per descrivere un altro brano il cui scopo non è certo quello di far sorridere: qui troviamo arpeggi decadenti in apertura, il solito pesantissimo riff doom attorno al quale ruota il brano, atmosfera dark ambient ( del resto, presente in tutti i brani dell'album) e, addirittura, un sample di lontana derivazione techno che accompagna i battiti della lenta e pesante sorta di marcia funebre qui in esame.

Anche la successiva Vulture si trascina lentamente come un enorme macigno, appesantita dall'ennesimo riff minimalista di matrice doom e da suoni angoscianti e decadenti. Una ennesima marcia disperata. Sembra di ascoltare, nello stile chitarristico di Bernocchi, una versione particolarmente lenta e pesante di certi rallentamenti death metal made in Tampa portati all'estremo (si pensi ai primi Obituary).

La chiusura viene affidata al dark ambient di Unrecoverable mistakes. Qui le chitarre sembrano parzialmente addolcirsi, poste in secondo piano rispetto ad un paesaggio ambient che, per la prima volta, sembra presentare dei toni non così cupi, quasi lontanamente speranzosi. Una piccola luce in fondo al tunnel.

As the world rots away è un lavoro ben superiore alla media del genere sia per quanto riguarda la bontà delle composizioni che, soprattutto, per via di dettagli apparentemente irrilevanti ma che lo differenziano positivamente rispetto a certe formule di genere standardizzate. Blackwood è, da un lato, la riprova di una enorme esperienza e conoscenza dei propri mezzi, e dall'altro la dimostrazione che Bernocchi ha ancora idee da vendere.


Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Subsound Records

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