mercoledì 12 novembre 2014

Santo Barbaro - Geografia di un Corpo (Recensione)

Attraverso il corpo si compie l’ascesi spirituale: non il corpo in quanto albergo delle passioni e dei vizi ma, in senso mistico, quale luogo della rivelazione di Dio in Cristo e perciò mezzo attraverso cui si compie il movimento inverso di ritorno a Dio da parte dell’uomo. Questo compendio non è tratto dagli appunti per la mia tesi di laurea, ma dalle note esplicative che Pieralberto Valli – voce, chitarra e penna dei Santo Barbaro – acclude al nuovo lavoro Geografia di un corpo; la ricchezza e la precisione delle informazioni incoraggia l’entrata in uno spazio mentale complesso e fitto di riferimenti ma, allo stesso tempo, chiarisce forse troppo i moventi del disco e quasi esaurisce il sotteso. Grazie a questa dottissima introduzione, sappiamo che le liriche, lapidarie nella modalità espressiva, attingono all’immaginario dell’est europeo relativo al movimento cristiano ortodosso dei pazzi in Cristo, e che le poche giornate di lavorazione del disco hanno coinvolto nove musicisti uniti prima di tutto dalla contiguità spaziale, in una sessione di registrazione in presa diretta al Cosabeat Studio, in cui tutti hanno suonato contemporaneamente nella stessa stanza, senza che interventi successivi abbiano “corretto” il materiale.
In bilico tra un orizzonte di significati articolato e un suono efficacemente catturato, l’ottimo incipit Lacrime di androide potrebbe essere assimilato, senza troppe metafore, a una danza macabra in cui si affilano chitarre argentee, segnata dal metronomo della batteria che reduplica il basso inarrestabile; è il singolo che avrei atteso, soprattutto per il passaggio in cui la voce si esaspera senza manierismi annunciando “Non ho mai amato e me ne guardo bene”: è forse quindi Ferretti il Giovanni Battista che ha inaugurato uno specifico approccio nei testi e nella declamazione nella musica italiana, dando vita a un’eredità di epigoni più o meno volontari. Nel salmodiare ipnotico di Pavlov affiorano invece le reliquie degli esordi folk, prima che il finale sia di nuovo dominato dall’implacabile spettro wave, preludio all’alternarsi consapevole di vuoti e materia sonora in Cosmonauta, figlia illegittima di Atmosphere dei Joy Division; La necessità di un’isola rilegge Houellebecq in un taccuino essenziale di frustate di basso e synth in codice morse, mentre nell’etere a maglie larghe di Zolfo si profila ancora il ricordo di Martin Hannett, malgrado i sampler di carillon piuttosto convenzionali. Il singolo scelto è invece Corpi non menti, singolarmente affine al teso post-punk dei vecchi Diaframma di Libra: il muro di cinta del synth contiene le liriche, enunciate in una metrica efficacissima con timbro vocale che potrebbe appartenere a un Finardi catapultato negli anni zero e sottoposto a forzate sessioni di ascolto dei Polyrock. Finché c’è vita ripropone una messa onirica in cui i suoni si accumulano con ossequiosa discrezione, e le parole scandite sembrano volersi assopire su loro stesse, prima che Ora il presente somministri una nuova benefica iniezione di scariche elettriche e rapidità primi 80s. Il blocco conclusivo sembra essere strutturato nell’intento di rivelare il motore nervoso del lavoro: l’ossatura del basso in Ti cammino dentro sorregge prima uno scarno connubio tra percussioni e voci, poi un impalpabile amalgama melodico, mentre con efficienza serba la tensione sopita in Tra gli alberi; la linea ricorda persino i Morphine nelle vibrazioni di In memoria di nessuno, che definiscono i segnali liquidi e indistinti dei synth. Anche la voce è solo una scia, che traghetta in un mantra semi-cosciente verso l’uscita dall’antro.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: diNotte Records

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