martedì 4 novembre 2014

Shellac – Dude Incredible (Recensione)

Cinque dischi in due decadi, sette anni da Excellent Italian Greyhound: il bilancio quantitativo e cronologico all’uscita di Dude Incredible è la testimonianza tangibile della radicale autosufficienza di Steve Albini; il movente non è l’integrità morale, categoria vuota e ingannevole che non ho alcun interesse a chiamare in causa, ma l’intelligenza artistica e professionale di un individuo che attraversa i decenni e le esperienze musicali con autarchia e coerenza singolari.
Se la costanza è la forza di Steve e compagni, cosa può aggiungere un nuovo disco degli Shellac, frutto di sporadiche sessioni agli Electrical Audio Studios, alla produzione precedente? La prima sensazione, di familiarità rispetto a un tracciato seguito da At Action Park a oggi, è corroborata anche dagli ascolti successivi; gli stilemi classici del suono del trio sono dispiegati tutti sin dall’incipit omonimo, dalle frequenze soddisfatte tutte integralmente senza asfissia sonora, alla voce che compare defilata evitando di attaccare frontalmente. Le tautologie autocitazioniste proseguono in Compliant, memorizzata agilmente dopo il terzo ascolto, in cui anche gli strategici silenzi risuonano di vibrazione propria; la variazione sul tema si arricchisce di intrecci percussivi e catene armoniche in You Came in Me, bizzarra incursione albiniana nell’esperienza sessuale femminile. Lo spoken, fin qui isterico, diventa sommesso e appartato con Riding Bikes, strutturata su poche pennate sulla chitarra, aguzze come corrente elettrica intermittente, e sul basso che stilla una melodia al petrolio. Un insolito coro apre la digressione storica sugli agrimensori di All the Surveyors, con cui forse Albini intende suggerire che l’America dei padri sia fondata sulla manutenzione della proprietà privata; riappare il leit motiv essenziale reiterato tra basso e chitarra, mentre alla batteria sembra affidato il compito di segnare e gestire le variazioni. Per lo strumentale The People’s Microphone potrei servirmi dell’etichetta math-rock, se gli Shellac e Albini per primo non fossero antesignani involontari del genere, con esiti spesso più convincenti e rigorosi di molti successori; gli stop, affidati agli esordi alla drum machine dei Big Black, sono ormai le tappe della marcia guidata da Todd Trainer. Gary, dedicata a una cittadina dell’Indiana, mostra una lentezza di cui l’immobilità della provincia americana è il correlativo oggettivo; nemmeno il nucleo sferragliante si salva dalla gravità, garantita dal flemmatico basso di Bob Weston. E come se l’incursione nella provincia richiamasse inevitabilmente gli agrimensori, questi borghesi padri fondatori tornano nelle sincopi cardiache di Mayor/Surveyor; la stessa ossatura si ripete nella conclusiva Surveyor, rivestita ora di tendini e muscolatura esplosiva.

Nell’era dell’hype che amplifica il nulla, della promozione disperata come una sirena inascoltata nell’oceano, il cui unico scopo è mungere le già magre vacche delle band e dei loro sogni di gloria, Albini suona scrive registra e ancora suona magari dal vivo ma nessuno, apparentemente, lo sa. Perché l’occhialuto secchione del suono non fa proclami sensazionali all’attenzione delle folle, ma persevera con pervicacia unica e inattaccabile nella stessa, vecchia maledetta abitudine.

Voto:  ◆◆◆◇◇
Label: Touch & Go

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