lunedì 1 dicembre 2014

Damien Rice - My Favourite Faded Fantasy (Recensione)

Prima di avvicinarsi all’ascolto di questo My Favourite Faded Fantasy bisognerebbe pensare che da 9 non siano passati 8 anni ma 8 mesi e dimenticare le versioni live solo voce e chitarra; poi magari far finta che sia il suo primo album e che O e 9 non siano mai esistiti.
Forse…
Damien ci ha fatto sognare, soffrire, piangere, sorridere, ci ha regalato momenti intensi anche, e soprattutto, solo armato di una chitarra (la sua, quella vecchia, scassata) o con un pianoforte/tastiera.
Tra l’uscita di 9 ed oggi non solo non ha inciso (quasi) nulla ma ha anche lesinato le apparizioni in concerto, con 2 veri tour (2007 e 2012), un mini tour da poco passato anche in Italia e qualche sporadica apparizione qua e là ed in alcuni festival intorno al mondo.
Avrà avuto tanto tempo per riflettere, un po’ come facciamo tutti noi quando siamo in un momento di transizione, sulla propria vita, i propri errori, gli amori finiti e quelli che (forse) non sono mai cominciati…
Comunque di canzoni ne ha scritte in questo frattempo.
Basta andare su un sito dei suoi fans per trovare una sfilza di canzoni eseguite, magari solo una volta, dal vivo e poi messe da parte.
Eppure ora se ne esce con solamente 8 di queste!
Vabbè vabbè non è la quantità che conta, giusto?
E allora vediamo da più vicino questo feticcio sonoro, feticcio sia perché atteso lungamente sia perché, effettivamente, la versione superlusso, disponibile in prevendita sul suo sito ufficiale e che è nel frattempo sold out, è veramente bella, soprattutto la confezione del CD fatta di legno (riciclato).
Un concept sia nella parte prettamente musicale che nei testi.
Il filo musicale che lega le canzoni, che sarebbero potute essere scarne, essenziali, intimiste, chitarra/piano e voce, è la presenza di arrangiamenti orchestrali.
E allora ci ritroviamo composizioni inaspettatamente prolungate da parti orchestrali che sembrano uscite dalla bacchetta di Luis Bacalov (It Takes A Lot To Know A Man) o scritte mentre “zompettava nelle pozzanghere” islandesi (la splendida Long Long Way che chiude l’album, con un inizio che va dalle parti di Cold Water o, meglio, Sleep Don’t Weep) oppure che le rendono gioiose (la corale Trusty & True) o ancor più drammatiche rispetto alla versione live (The Box)
E poi ci sono al title-track che ricorda la struttura di I Remember, il commovente valzerino di Colour Me In che ci farà versare le ennesime lacrime, cosa che faremo anche mentre ascoltiamo le poche note “sporcate” dagli archi discreti dell’apice dell’album nella confessione di The Greatest Bastard.
Resta I Don’t Want To Change You, la più debole dell’intero album, che avrebbe fatto la fortuna del miglior James Blunt
Il tema che lega i testi è il rimpianto delle occasioni perse, dell’amore che potrebbe essere stato e che non è e non sarà.
Il disco si apre con il falsetto della title track quasi a dire “questa parte l’avrebbe dovuta cantare qualcun’altra" ma lei, non c’è più...
"I know someone who could play the part but it wouldn’t be the same..."


Non ha avuto la pazienza di aspettare di conoscerlo, perché ci vuole tanto tempo per conoscere un uomo (e forse nemmeno lui ne ha avuta perché “ci vuole tanto per conoscere una donna”), come dice nella successiva I Takes A Lot To Know A Man.
"It takes a lot to know a man/ It takes a lot to understand/ The warrior, the sage/ The little boy enraged
It takes a lot to know a woman/ A lot to understand what’s humming/ The honey bee, the sting/ The little girl with wings"
Il momento dell’autocritica arriva subito dopo, quando si (le?) chiede se è il più grande bastardo (The Greatest Bastard entrerà di diritto tra le prime selezionate per un greatest…hits!).
"Am I the greatest bastard that you know/ The only one who let you go/ Or the one you hurt so much you cannot bare"


Lui, però, non vuole cambiare l’altra persona, i suoi pensieri, la sua mente in I Don’t Want To Change You
vuole solo implorarla di lasciarsi amare, ma, ahimè, ciò che resta sono solamente i propri sogni inutili… "Come let me love you/ Come let me take this through the end/ Of all these useless dreams of living/ All these useless dreams/ Of all these useless dreams of living" (Colour Me In).


Damien non si adatta a restare rinchiuso in una scatola, in cui si sente fuori luogo ("I have tried but I don’t fit/ Into this box I’m living with/ Well I could go wild/ but you might lock me up" -The Box).
In Trusty & True arriva la consapevolezza che non si può ritornare a ciò che è stato e che è passato
"Cause we can’t take back/ What is done, what is past/ So let us start from here"
 e, se si cade,  la via per risalire la china è molto molto lunga ("Long long way to the top/ Long way down if you fall/ It’s a long way back if you get lost" - Long Long Way)…
Grande (bastardo) di un Damien!
Ci ha fregato un’altra volta e non bisogna far finta che i suoi primi 2 dischi non siano mai esistiti, anzi tutt’altro perché la sua evoluzione musicale ci fa capire che è un grande che ci riserverà altre sorprese e soddisfazioni (per le nostre orecchie).
Speriamo solo che non faccia passare così tanti anni.
E se così fosse, ci ritroveremo da queste parti nel 2022…

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Warner Music

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