sabato 29 gennaio 2022

Verdena - America Latina (music inspired by the film) RECENSIONE

 

Non siamo qui a contare gli anni, i minuti i secondi da quando ci siamo incrociati spiritualmente con questa band. Non siamo qui a contare da quanto non parliamo di musica. Quando avviene un'uscita dei Verdena tutto si ferma, diventa prioritario dare precedenza a una delle poche realtà artistiche di rilievo rimaste coerenti con il proprio percorso. Era abbastanza naturale che si confrontassero con la settima arte in modo netto, come era anche normale che la band in questione avesse a che fare con un titolo che sbadatamente in molti hanno letto inconsciamente come "Anima Latina". 
Oggi ascoltiamo queste composizioni senza aver visto purtroppo il film. Ma come di consueto ascoltando i Verdena la mente viaggia, crea delle storie e ci si perde in un film mentale. Da sempre chi ha apprezzato i loro album sa quanto ti permeano dentro i loro pezzi e cosa ti lasciano scalfite nel profondo alcune sonorità. Ed in questo album ascoltiamo tutto quello che è stato prodotto negli anni, se volessimo essere più precisi da Requiem in poi. Ci sono tutti i tratti distintivi del "sound del pollaio", fatto di sperimentazioni totali, che poi abbiamo potuto goderne "sotto forma canzone" anche in Wow e negli Endkadenz...

Ma quello che ci va di sottolineare è che i Verdena mancano sulla scena da troppo tempo, per fortuna! Perché ogni loro lavoro non è mai banale, mai scontati, ma ricchi di una ricerca che in pochi fanno. Il tempo passa ma la loro espressività migliora ed ora li possiamo ascoltare anche al Cinema grazie ai fratelli D'Innocenzo. Dicevamo per fortuna, perché ogni lavoro che si rispetti richiede molto tempo. In questa vita estenuante e frenetica soltanto chi è capace di darsi del tempo alla fine è in grado di produrre merce pregiata. 

Questo soundtrack si presenta con una impostazione "classica" se lo intendiamo come tale, un concept realizzato per un lungometraggio, composto da 19 brani di cui "BRAZIL" è il tema ricorrente. Se lo ascoltassimo slegato completamente dal film sembrerebbe il risultato finale di un lungo percorso fatto da Alberto, Luca e Roberta a cui facciamo i complimenti per l'integrità artistica con cui sono arrivati a questo grande risultato. Sì perché, seppur sia un soundtrack di un thriller in realtà è un vero e proprio album fedele all'essenza della band, tra temi cupi, taglienti, cacofonici e tribali, ballate distese semi-acustiche e mantra vocali sintetizzati. Musiche che forse non avremmo ascoltato, che forse loro non avrebbero approfondito in questo modo, ma che probabilmente segnerà uno spartiacque verso nuove forme espressive della band non nuova nell'esplorare, dedita a un costante processo di cambiamento per essere più fedeli a se stessi e mai simili a nessuno. Questa colonna sonora non assomiglia a nulla di ascoltato fin ad ora in questo particolare ambito, dove non tutti sono in grado di misurarsi, li collochiamo già tra gli illustri compositori che il nostro paese può vantare nel settore cinematografico. Si spera dunque questo non resti un unicum nella loro gloriosa carriera. Si sente in "America Latina" l'essenza del creare di sapienti artigiani del suono. 

Grazie per questo eterno viaggio mistico!



mercoledì 7 aprile 2021

Godspeed You! Black Emperor - G_d’s Pee AT STATE’S END! (Recensione)

 

Dopo molto tempo che non parliamo più di musica ci chiediamo cosa diavolo sia successo. La musica stordisce ancora? Forse no, o forse è cambiato soltanto il nostro modo di stordirci vicendevolmente. 
Frastornati dai lockdown, in cui avremmo potuto scrivere in continuazione e non lo abbiamo fatto per non aggiungere opinioni superflue alla grande mole di data stream, pensiamo sia corretto uscire con una recensione all’anno, circa. Visto che il blog non è definitivamente morto, ci sembrava il caso di dire giusto due cose sul nuovo disco dei GY!BE.


In un preciso momento storico dove spopolano online gli NFT, trollati dalla vita, dalle ripercursioni del progresso torna una delle più importanti band della scena post-rock, accendendo di nuovo la radio ad onde corte, attraverso sinfonie apocalittiche e nenie di fine mondo. Sembra come ascoltare un mondo dimenticato, di memorie smarrite, luoghi vuoti ma comunque regnati dal caos al suono delle ambulanze. Eppure come sempre estremamente politicizzati, pieni di incursioni taglienti e di pura anarchia sonora. Dicevamo, di questi tempi la rarità si fa fintech: il maestro afx sperimenta la cryptoart e ci stordiscΞ, nel mentre la band canadese esce con un disco di pura coerenza e forza artistica, una delle poche certezze di musica capace ancora di stordire stordire stordire. FINE!

Vi riportiamo un estratto del messaggio lasciato su bandcamp dai Godspeed You! Black Emperor:

"this record is about all of us waiting for the end.
all current forms of governance are failed.
this record is about all of us waiting for the beginning,
and is informed by the following demands=
empty the prisons
take power from the police and give it to the neighbourhoods that they terrorise.
end the forever wars and all other forms of imperialism.
tax the rich until they're impoverished."

Voto: 
◆◆◆◆◇
Label: Constellation

Il mio Indirizzo Pubblico per il Deposito ETH: 0x1910BF5091eFC029AD875c4B90523500342B2C8D

domenica 3 maggio 2020

Glomarì – Inaccadimenti - Una trilogia (Recensione)

Torno a parlare di musica dopo sei anni. In tutto questo arco temporale nessun artista o band mi aveva colpito a tal punto da sentire l'esigenza di doverne parlare.
Glomarì è uno dei rari talenti che il nostro panorama artistico ha tirato fuori dal cilindro in un momento storico epocale tremendamente complesso, con questo Ep d'esordio che non può e non deve passare inosservato.
I tre brani di "Inaccadimenti" vengono presentati sotto forma di videopoesie scritte e dirette dall'artista, uno dei quali "Mostarda" vincitore del primo premio "Artefici del Nostro Tempo" della 58. Esposizione Internazionale d'Arte – La Biennale di Venezia. 
Tre soli diamanti di una raffinatezza unica in un genere difficile da individuare, certamente vicino alle sonorità dei Comaneci di "You a Lie". 
Gli arrangiamenti con Ukulele di Glomarì hanno alcuni tratti di richiamo inevitabili al sommo maestro Andrew Bird. Ma la vera forza dell'artista risiede nel saper maneggiare con cura anche la macchina da presa, dove i brani diventano dei racconti visivi con riferimenti artistici affascinanti, legati da un filo sottile di simbologie e dettagli in cui Glomarì riesce a narrare stati d'animo diversi tra loro con disinvoltura.  
Dicevo che questo Ep viene fuori nel momento più triste della storia musicale italiana, forse un momento di riflessione collettiva che ci permetterà di vedere il mondo con occhi diversi. Quale modo migliore se non veicolare un cambiamento attraverso la creatività? Quale valore attribuire maggiormente ad esso in futuro? Intanto oggi impariamo a sognare come Glomarì insegna a farlo, con classe ed eleganza, senza indugi, impiegando la sua preziosa "bottonologia" che ha saputo egregiamente rendere arte attraverso note, parole, immagini e citazioni.

“Harold: Però credo che lei scombussoli un po' la gente... non so se sia giusto...

Maude: Bè... se qualcuno si scombussola è perché è troppo attaccato a qualche cosa. Io ho un po' la funzione di dolce monitrice, oggi ci siete domani chissà, non vi attaccate alle cose della vita.”


Dal film Harold e Maude.


Voto: ◆◆◆◆◇


martedì 6 dicembre 2016

La Macchina Di Von Neumann - Buona Musica! (Recensione)

Von Neumann come padrino della musica strumentale italiana: dopo aver conosciuto ed adorato i romani Vonneumann ecco che i La Macchina Di Von Neumann arrivano col loro secondo ep (terzo se si considera Tale Edro Shin Tone, composto di due remix della traccia che dà il titolo e di una intro con parte di un’intervista al matematico stesso) a confermarmi questa bizzarra fascinazione dell’underground italico per il personaggio. La band brianzola gravita intorno al post rock, riuscendo comunque a dire la sua in un panorama strumentale che negli anni si fa sempre più denso: forse attecchiscono le parole del filosofo Cratilo, convinto non bisognasse parlare per il fatto che, al mutare continuo dei concetti e del significato delle parole, nessuna realtà poteva essere designata…o forse sto sproloquiando di filosofia dell’incomunicabilità senza basi solide per farlo invece di fare il mio post-lavoro gratuito, quindi torniamo al disco.
Buona Musica! si apre con Bistecca, brano mutevole e dall’andamento blando che passa dalla tranquillità iniziale, con la parte ritmica a dare enfasi ai ricami delle chitarre, a momenti prima cupi e poi morbidi, sterzando improvvisamente verso un cattivissimo finale post-hardcore in cui la batteria lanciata all’improvviso a mille giustifica pure quel “musica strumentale per punk di lusso” che campeggia sul loro profilo facebook. Di ben altra pasta Ecco, appunto, in cui dopo un divertente (fino ad un certo punto) sproloquio iniziale sulla formula perfetta per fare successo si passa ad assaporare, invece della stracchinata avvolgente evocata dalle parole, un brano più quadrato del precedente, ben diviso fra parti cariche e pause in cui come nella traccia iniziale basso e batteria dettano il ritmo e le chitarre ricamano: piacevole, ma meno convincente di quanto ascoltato poco prima.
Segmentation Fault (Core Dumped) risolca binari più propriamente abbinabili al post-rock, con un retrogusto di Russian Circles ed un andamento sempre in crescita che sfocia in schitarrate mai eccessive ma comunque energiche, e lo stesso andamento viene seguito anche dalla conclusiva La Supposizione E’ La Madre Di Tutte Le Cazzate, che ha forse l’unica pecca di non riuscire ad esprimere tutta la potenza necessaria al momento di massimo sfogo: plauso comunque per l’armonico duetto chitarristico con cui il pezzo va placidamente a concludersi.
I La Macchina Di Von Neumann procedono per piccoli passi, continuando a sfornare ep lodevoli ma a cui manca ancora qualcosa: Buona Musica! è vario e coinvolgente ma la gamma di suoni che i quattro brianzoli sfornano lasciano presagire sviluppi ancora più interessanti, in previsione dei quali mi tengo buono il mezzo punto che gli manca per superare la soglia delle tre stelle in calce che, va detto, gli vanno strettissime. P.S. L’ottima produzione autonoma, ad opera del chitarrista Davide Magni coadiuvato in sede di registrazione da Francesco Altare, va ad assommarsi ai meriti della band.

Leggi l'intervista "Brianza strumentale"
Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Autoproduzione



giovedì 1 dicembre 2016

An Harbor - May (Recensione)

La prima parola che mi è venuta in mente ascoltando May è stata ‘internazionale’. Come suoni, come arrangiamenti, come gusto e, soprattutto, come produzione, perché l’album d’esordio del piacentino Federico Pagani, nome di battaglia An Harbor, è probabilmente il disco italiano meglio confezionato che abbia mai ascoltato così a memoria. Sarà complice una voce che mi fa venire in mente i Maroon 5, ma uno qualsiasi dei pezzi di May non sfigurerebbe nell’airplay radiofonico di qualsiasi grande emittente, senza che nessun elemento faccia pensare ad una provenienza italiana.
Prendete ad esempio Like A Demon: piano sornione a menare le danze, batteria triggerata in sottofondo, synth che escono alla bisogna nei potenti ritornelli e voce femminile (splendida, di Giulia Bonomelli aka Tight Eye) a duettare con Federico a due terzi del brano, giusto per dargli quella spinta in più. In otto pezzi An Harbor mette tanta di quella capacità di azzeccare il motivetto orecchiabile che ti vien da immaginarlo chino sulla scrivania, chitarra sulle gambe, intento a scandagliare il modo di arrivare a più orecchie possibili, e devo dire che questa visione mi ha perseguitato per un po’ nell’ascolto dell’album: tutto è talmente rifinito infatti che a tratti dubitavo della spontaneità del lavoro, avviluppato in una rete di suoni che saccheggiano a piene mani da quanto va per la maggiore al momento (un esempio su tutti: il vocoder utilizzato in certe parti di Shine Without A Light che, per compensazione, coi suoi sette minuti di durata e la metamorfosi ritmata alla Empire Of The Sun del finale rappresenta l’episodio meno proponibile radiofonicamente), ma resta il punto che è fatto talmente bene che non si può evitare di applaudire. L’anima dell’artista emerge comunque a tratti in un brano come Not Made Of Gold, voce e chitarra acustica per un intimismo musicale che si rinforza d’emozione quando la chitarra elettrica si unisce in un fraseggio, semplice ma d’impatto, per un breve momento, o nell’altrettanto scarna Come Armed Or Come Not At All, dai ritornelli più sbarazzini. Federico cavalca e mischia i generi sapientemente, unendo nell’iniziale Minevra Youth Party il rock d’impatto dell’apertura col pop dal marcato sapore anni 80 evocato dal piano e soprattutto dal synth, passando dall’intimismo piano-voce al sovraccarico di basse in The Highest Climb. By The Smokestack, canzone con la quale si è fatto conoscere ad X Factor, è poi il perfetto brano da classifica, mutando anima e suoni in continuazione e con efficacia assoluta (basti pensare al cambio di suoni della batteria nei diversi ritornelli): impossibile da non cantare.
Dopo aver elogiato il disco in lungo ed in largo mi sento un po’ ipocrita a non dare il massimo dei voti, ma per una volta il voto che metto in calce è quello personale e non il giudizio critico: nel suo essere un perfetto congegno ad orologeria pronto ad esplodere nelle orecchie dell’ascoltatore, per poi rimanervi a lungo, May a parer mio lascia per strada un po’ di quell’immediatezza ruspante di cui io sono drogato, e quel punto in meno è dovuto solamente a questo. Tutto ciò non toglie che un album del genere fa ricredere chiunque pensi che in Italia non si possano fare le cose fatte bene come all’estero, e non stiamo neanche parlando di produzioni milionarie ma di uno che si è rotto il culo da sé e si è guardato bene in giro per capire come, quando e dove fare le cose. Sicuramente un album da ascoltare, anche solo per questo.   

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: This Is Core Records/ Believe



lunedì 21 novembre 2016

Trompe Le Monde - Ohrwurm (Recensione)

Dio benedica il free download: da quando questa pratica si è diffusa a macchia d’olio fra le giovani (e non solo) band le possibilità di scovare qualcosa che valga la pena ascoltare sono diventate sconfinate, almeno per uno come me che riesce a passare poco tempo al pc-cellulare e non riesce quindi ad usufruire dei vari spotify-bandcamp-soundcloud-mianonnaincarriola. Ad esempio i qui presenti Trompe Le Monde me li sono placidamente scaricati dopo essermi fatto ingolosire da un brano a caso, quindi me li sono ascoltati con calma viaggiando in macchina e, alla fine, me ne sono innamorato. Tant’è che se sono qui a parlarne è per una spontanea vena di condivisione, nella speranza che le mie parole se le inculi qualcuno e vada ad ascoltarli.
Quello che ho amato fin dal primo momento di questo power trio strumentale (se si esclude qualche campionamento qua e là, tipo un estratto di Quinto Potere in Blob) è la vena cazzara che anima buona parte del disco: dal momento in cui un basso fuzzato al massimo entra in gioco nell’iniziale Senza Clienti si sale su un ottovolante di suoni lisergici e strutture mutevoli, e già il brano in questione, dopo una corsa forsennata scandita da una batteria incisiva e da una chitarra che si diverte ad esagerare col wah, si piglia un’improvvisa pausa dove il rallentamento, complice il basso all’improvviso tentennante, mi ha lasciato un’impressione di Kyuss che forse non è il paragone adatto ma uno non è che sta a sindacare sulle sensazioni: ancora qualche secondo poi e via a tutta manetta verso il finale. Doxa, la traccia seguente, espande ancora di più questo approccio: segue una linea prestabilita fatta di continui stop & go alternandola a scatenamenti sempre diversi nelle “strofe”, per poi finire con gli strumenti che a turno improvvisano su quel che vogliono come fosse la presentazione dei singoli membri (la chitarra scimmiotta la suoneria della nokia, tanto per far capire l’andazzo). Delirio, perlopiù ragionato ma non per questo meno accattivante.
Acufene (Una Stagione All’Inferno) tira fuori il lato più oscuro della band, lasciando che strofe calme condite da voci di sottofondo quietino l’atmosfera in attesa delle improvvise sfuriate, momenti in cui l’intenzione ricorda i migliori Morkobot: il finale, rilassato, non lascia meno inquieti. Blob è il brano più conciso, tutto fuzz e potenza, e complice l’inserto da film accennato in precedenza lascia un piacevole retrogusto di Fuzz Orchestra. Lo stesso andamento sembra seguirlo anche la successiva Festa Grande Sullo Scivolo A Spirale, almeno fino a quando non si apre l’ennesimo delirio: da lì in avanti sono pause di lunghezza casuale e ripetizione del tema iniziale a ciclo continuo, forse non il migliore modo di terminare un brano con energia da vendere.
Disfunzione, pezzo con cui si conclude il disco, andrebbe ascoltato con il video che lo accompagna: partendo con un basso minaccioso e risate di bambini inquietanti il brano si sviluppa come una disturbante discesa nella paranoia, che raggiunge l’apice quando la chitarra poco prima del convulso finale si limita a dissonanti rumori di sottofondo; l’ideale colonna sonora per un film horror girato da David Lynch.
Tirano spesso la corda i Trompe Le Monde, ma non si può negare che Ohrwurm sia un disco godibile e pieno zeppo di idee, intriso di una libertà compositiva che non passa però mai il limite che la divide dal puro esercizio di stile. Come detto il disco è in free download quindi non c’è niente che vi impedisca di dare un ascolto a questi sei brani, a meno che non vi stia sul cazzo.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Brigante Records
Leggi l'intervista: Quando il Vento si fa lisergico

mercoledì 9 novembre 2016

Warpaint - Heads Up (Recensione)

Mi innamorai delle Warpaint vedendole di supporto ai Dinosaur Jr qualche anno fa al Magnolia di Milano. “Bella forza”, direte voi, “son delle gran fighe”, ma ci tengo a puntualizzare che A) quella veramente figa è la bassista, che conferma anche il legame fra topaggine e strumento a quattro corde B) fu la situazione ad emozionarmi e non le caratteristiche estetiche della band: tramonto, una musica suonata ma che sembrava chillout, il fatto che fossi entrato gratis (ah, quando ancora fare lo scribacchino via web portava ad avere biglietti gratis per i concerti…). Insomma mi recuperai il primo lavoro della band, The Fool, e me lo ascoltai anche quando andavo a correre, che non è proprio il massimo per darti la carica ma con quelle voci da gatte morte un po’ di testosterone ti veniva da sprigionarlo. Di acqua da allora ne è passata sotto i ponti, e dopo l’omonimo seguito ecco arrivare Heads Up, fresco fresco di stampa e pronto a suscitare le stesse emozioni. O no?
E’ un discorso fondamentalmente di pancia quello che, ad oggi, mi fa ancora preferire l’esordio della band agli album seguenti: The Fool infatti sapeva scaldare, mentre sono troppi i brani di Heads Up che sembrano freddi ed esageratamente digitalizzati. La musica delle Warpaint non ha mai lesinato sull’elettronica, ma l’esagerazione di trigger sulla batteria rende pezzi come By Your Side e Don’t Wanna noiosi e privi di dinamica, complice anche un cantato monocorde che, pur valendosi della solita intersecazione di voci (che le figliole cantano tutte), non riesce ad esprimere emozioni. Non va meglio quando si decide di esagerare il lato sintetico (o synthetico, battutona del 2016), visto che Dre si trascina stancamente e senza picchi per quasi tutta la durata. La fantasia della band sembra essersi insomma persa fra delay e riverberi, pensando basti questo a portare avanti un discorso musicale sicuramente personale ma che rischia di sfociare nell’autoreferenziale.
Tutto da buttare insomma? Ammetto di esserci andato pesante, ma a conti fatti Heads Up non è, ripeto NON E’ un brutto album. Non lo salva l’ammiccante New Song, sorta di canzone pop con cassa dritta che rappresenta il momento sicuramente più fuori dai soliti schemi ma dà l’impressione di essere un malriuscito tentativo di ritagliarsi un air play radiofonico maggiore, bensì canzoni come The Stall, dove Emily Kokal tira fuori una linea vocale più varia ed intensa ed il ritmo si fa coinvolgente, la sperimentale Don’t Let Go, che inizia con ambizioni quasi folkeggianti e si anima man mano per sfociare in un finale quasi lisergico, Above Control, che pur rimanendo sempre uguale a sé stessa nei suoi cinque minuti di durata riesce a trasmettere tanta energia. Anche il finale quasi esclusivamente chitarra-voce di Today Dear si fa apprezzare, rievocando malinconicamente atmosfere comunque già esplorate in passato (vedi Baby dal primo disco).
Non mi sento di bocciare totalmente Heads Up, ma se posso essermi sbagliato ad aver dato poche chance, dopo i primi ascolti, al precedente Warpaint non mi sento in errore a giudicare questo nuovo disco un passo indietro. Le canzoni buone ci sono, ma abbondano pure i momenti assolutamente dimenticabili, e sebbene The Fool non si possa certo definire l’album definitivo le emozioni che suscita sono molto più variegate di quelle asettiche che scaturiscono dal nuovo lavoro.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Rough Trade Records



sabato 5 novembre 2016

Civil Civic - The Test (Recensione)

Un amalgama saturo che risucchia i bassi verso le orbite delle frequenze alte. La dance-wave strumentale dei Civil Civic potrebbe essere fuggita dalle compilation glaciali che fotografavano la scena di Sheffield in un’istantanea in bianco e nero. L’industrial sardonico dei Cabaret Voltaire, la psichedelia artificiale e inquietante degli I’m So Hollow, tutto il giacimento metallifero della decadenza industriale del secolo scorso, mai arresa al declino ma rivolta verso l’evasione del dancefloor, riaffiora come una vena in The Test, secondo album del duo arrivato a cinque anni di distanza dall’ultimo full-length Rules.
The Island apre le danze con uno shake gelido che sembra voler coniare una nuova nozione di spensieratezza, virata con convinzione verso la no-wave da dancefloor a metà del minutaggio. La tentazione di conquistare la pista al grido di DISCO NOT DISCO irrompe in The Mirror, che si muove in bilico sul confine labilissimo tra la Factory e l’Hacienda. Le chitarre riverberano 80s anche in The Crush, correndo sul manico come Robert Smith per attraversare il centro della città che separa il party dalla periferia. The Hunt è il patto di non belligeranza con cui Fadgadget abbandona il predominio delle macchine, per inaugurare una nuova era ibrida segnata dalla fusione indistinguibile tra elemento sintetico e componenti analogiche: una cascata di deflagrazioni industriali interrotte, abortite e poi innescate di nuovo, per finire poi diluite e scomposte in micromolecole. Il fragore è invece intenzionalmente sopito con rintocchi liquidi di arpeggi e synth in The Lull, il cui incedere caliginoso segue la ruota del tempo innescata da “The Box”, il terzo componente inanimato dei Civil Civic; senza soluzione di continuità, The Shift innesca di nuovo l’ingranaggio su velocità da catena di montaggio danzereccia, scandita da intervalli robotici inframmezzati a impasti siderali. Regnano incontrastati synth dalla voce granulosa in The Slide, scombinata da occasionali stravolgimenti ritmici, rallentamenti sul cronometro, slanci inaspettati. Con arpeggi e schiocchi di dita androidi, The Gift chiude le danze riesumando sfacciatamente i Cure di 10.15 Saturday Night: i Civil Civic non scelgono una fuga fragorosa ma un congedo essenziale, cesellato su chitarre squillanti e batteria asciutta. Una dichiarazione d’intenti sul finale, a ribadire che l’essenzialità è il linguaggio di un eterno presente, in cui l’artificiale più futuristico ha già vissuto mille volte nel passato.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Gross Domestic Production

giovedì 27 ottobre 2016

Muschio - Zeda (Recensione)

Basta ascoltare l’iniziale Laboratorio Lacrime per sentirsi già a casa con questo Zeda, nuovo album dei Muschio che affina ed espande il lavoro svolto col precedente Antenauts. Una chitarra si prodiga in riverberi estasianti, l’altra tira bordate scure che, ancora una volta, non fanno sentire la mancanza di un basso all’interno della formazione, la batteria incisiva detta il ritmo e carica laddove serve. Siamo di nuovo a casa, ma una voce urlata che fa capolino all’improvviso sembra sconfessare tutto…è solo un fuoco di paglia però: i Muschio da Verbania (Zeda è il monte più alto della loro zona) rimangono un gruppo strumentale, e non è affatto un male.
D’altronde brani come Scure quello che vogliono trasmetterti te lo riescono a dare già dal titolo: accettate improvvise delle chitarre inframmezzate da tribalismi sui fusti, una potenza enorme che cala solo per schiantarsi addosso nuovamente all’ascoltatore poco dopo. I Muschio hanno un loro suono e lo hanno sviluppato nei minimi dettagli, nei modi i cui la batteria va a coprire efficacemente quelle frequenze che nei  momenti in cui le chitarre fraseggiano fra loro potrebbero andare a mancare, nella compattezza con cui tutti gli strumenti collaborano a creare un muro sonoro come quello che esce all’inizio di Burian e nel modo in cui, nella stessa, le strofe prendono ariosità grazie alla netta distinzione fra le chitarre. Quando la chitarra di Alberto, in La Custre, si innalza imperiosa sopra il tappeto cupo degli altri strumenti  vengono in mente alcuni dei momenti migliori dei Russian Circles, ma è nei brani più compatti che la macchina perfettamente oliata della band ha qualche scricchiolio: se la canzone appena citata funziona alla perfezione non altrettanto bene fanno Fungus, che esce comunque alla distanza grazie ad un finale che si dilata maggiormente, ed Emma, che lascia troppo pochi momenti di respiro per poter apprezzare bene le varie sfaccettature. Lama, al contrario, si fa apprezzare per la parsimonia con cui si svela pian piano, in continua ascesa, mostrando un altro lato di una band che di certo non lesina in varietà.
Ottimo secondo disco per i Muschio, una di quelle band che testimoniano (anche live) l’ottima salute della scena strumentale italiana. Bravi loro, bravo Emanuele Navigli che è riuscito a catturare in presa diretta la potenza del gruppo senza che ne venisse pregiudicata la qualità: se questo disco suona così bene va dato merito, oltre a chi l’ha composto, anche a chi l’ha confezionato in maniera ottimale.

Label: Argonauta Records

Voto: ◆◆◆◆◇

lunedì 4 luglio 2016

Makoto Holmberg - Slow Night (Recensione)

Napoli non è mai stata così vicina a Milano. Makoto Holmberg, nome d'arte del napoletano Andrea Picella, dopo una serie di vicissitudini e due anni di necessaria gavetta, a giugno ha pubblicato il suo EP Slow Night per la milanese Syntheke Records. Due anni fatti di alti e bassi al termine dei quali Picella ce l'ha fatta, consegnando all'ascoltatore un lavoro composto da sei brani di elettronica sempre in bilico tra una ambient di impronta cinematografica e ritmiche sincopate su cui si innestano voci distanti, non provenienti da questo mondo.

Una elettronica piuttosto soffusa la sua, diretta nell'esposizione ma non per questo banale: in un ping pong estenuante, brani veloci, intriganti e ballabili vengono alternati ad aperture ambient quasi surreali, notturne come il titolo del suo lavoro. Slow Night è una release dedicata alla notte, da un lato intesa come quell'arco della giornata in cui la contemplazione avviene più spontaneamente grazie al silenzio, da un altro dedicata all'universo del clubbing, ben presente anche nella realtà territoriale di Picella. I ritmi di matrice UK parlano di un passato glorioso identificabile con certi '90, ma aggiornato ai tempi che corrono, con influenze di vario genere che spaziano dall'IDM (si pensi al remix di Dust and mirrors ad opera di Riccardo Noè) alla glitch. 

Anche quando alle prese con ritmi spezzati ed inflessioni IDM, Picella non rinuncia all'evocatività dei suoi brani, ponendo il cervellotico gioco ritmico sullo sfondo e lasciandoli respirare liberamente. In uno dei migliori brani dell'EP, la opener Crouched clouds, le textures frutto di sessioni di field recordings conferiscono un valore aggiunto a quanto prodotto e, in una operazione duchampiana, ricontestualizzano quelle registrazioni all'interno del brano, riuscendo a caratterizzarlo meglio nella sua particolarità, senza mai intaccarne la rigida struttura sottostante. In Hoarfrost è possibile ascoltare un giro melodico di derivazione Underworld del periodo di A Hundred Days Off, con una voce che, tuttavia, non riesce ad emergere nella sua forza, forse volutamente. 

In chiusura è posto un remix di Retrospective a cura di HatGuy che ne enfatizza il carattere tribale, trasformandolo in una danza elettronico-sciamanica per il terzo millennio, senza mai perdere di vista l'umanità del suono del musicista, influenzato da un territorio caldo ed ospitale, e questo è possibile ascoltarlo chiaramente, anche in un lavoro di musica elettronica. 

Raffinato, ben prodotto e contenente sprazzi di estro creativo piuttosto interessanti, Slow Night si appresta a diventare colonna sonora delle lente notti in bianco di chi ne scriverà. Lo aspettiamo alla soglia del full length. 

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Syntheke Records

giovedì 9 giugno 2016

Brenneke - Vademecum Del Perfetto Me (Recensione)

Brenneke, alias Edoardo Frasso, è un musicista milanese transfugo dalla band Il Fieno, con all’attivo una collaborazione coi Gouton Rouge ed ora, dopo un’ep di tre pezzi, pure un disco solista da sfoggiare. Un disco che, per chiarire gli intenti, si apre con una traccia strumentale intitolata Lascio Il Gruppo Per Intraprendere Una Carriera Solista. Più chiaro di così si muore, ma in realtà qualcosa di nascosto c’è: il genere, perché se la prima traccia lascia pensare a scenari vagamente post-rock il resto del disco è tutta un’altra storia.
Pop. Che brutta parola per i più. Però c’è pop e pop, od ora basta con le parole con la P. Brenneke fa suo il genere utilizzando con parsimonia i synth e sfuttando un sacco la chitarra acustica, per dare al tutto un’impronta cantautorale notevolmente aiutata da linee vocali efficaci e testi piacevoli. Se Io Fossi Di Gesso è un perfetto esempio della vena introspettiva di Edoardo, un brano piacevole e malinconico che riesce a farsi apprezzare grazie ad un arrangiamento ben costruito che dà respiro ad una struttura di per sé piuttosto semplice, mentre la successiva La Caricatura rimane su tinte crepuscolari ma sfrutta pienamente la vena elettronica del progetto avvalendosi anche di un drumming cadenzato e ripetitivo.
C’è quindi un lato oscuro, ma perlopiù Brenneke preferisce il sole alle nuvole. Basta ascoltare Aforismi e la sua tastierina eighties per carpire l’anima preponderante di questo Vademecum Del Perfetto Me, ma tanto in questa che in 1997 la cura con cui vengono confezionati i brani li porta oltre il banale ritornello da cantare in spiaggia o sotto la doccia, e se proprio c’è qualcosa che non va è la decisione di doppiare la voce nei ritornelli di Le Cose Lucenti, scelta che a parer mio toglie qualcosa ad un brano altrimenti divertente e trascinante. Altrettanto trascinante è poi Zero, cantato serrato, arpeggi a profusione e pure i fiati a dare un po’ di colore qua e là prima di abbandonarsi alle atmosfere eteree della conclusiva Reichelt, in cui il basso detta il ritmo e la componente elettronica si prende la ribalta a spese di un cantato qui ridotto all’osso...quasi a chiudere il cerchio con la traccia iniziale, non fosse per un inaspettato moto d’orgoglio della batteria che torna triggeratissima e marziale a chiudere un brano fin lì soave.

Ottimo esordio per Brenneke, che mi riappacifica col genere dopo alcuni ascolti che mi sono rimasti sullo stomaco. Vademecum Del Perfetto Me non è un capolavoro, sia chiaro, ma contiene otto tracce che sanno regalare momenti di spensieratezza senza per questo risultare banali. Al primo disco solista Edoardo Frasso fa centro, ma c’è sicuramente il potenziale per fare di meglio.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Autoproduzione



Verano - Verano (Recensione)

Anna Viganò è una che nella scena indipendente italiana c’è già da un po’, ed ha fatto parte per un certo periodo di band come Intercity e, soprattutto, L’Officina Della Camomilla. C’è un momento però in cui decidi che puoi permetterti di fare il grande passo e creare qualcosa di completamente tuo, ed è in quell’attimo che è nata Verano, ovvero la nuova creatura musicale con cui ha deciso di veicolare autonomamente la sua idea personale di musica.
Già la traccia di apertura Cielo Su Milano lascia intendere che il synth pop è la via musicale con cui Anna ha deciso di affrontare questa nuova fase della sua carriera, ed è un pezzo piacevole quello che propone: una vocalità che ricorda nel suo incedere quella di Rachele Bastreghi, un testo evocativo (pur con qualche evitabile cliché nel finale), una buona struttura che entra in testa lasciandosi canticchiare...insomma, un ottimo biglietto da visita. Purtroppo rimane anche il miglior pezzo dell’ep.
Nevada, scelto come singolo di lancio, cambia un po’ le carte in tavola e propone un suono ancora più marcatamente elettronico, oscuro ma misteriosamente ben amalgamato con la voce soave di Anna. Purtroppo la formula rimane la stessa per tutta la durata del brano, con i ritornelli che, complice la scelta di mischiare più voci, finiscono per smorzare l’impatto emotivo. E a quel punto non basta una breve parentesi strumentale in crescendo a mettere a posto tutto.
Peggio però viene fatto con la seguente Ginger E Fred, che miscela atmosfere anni 80 alla The Giornalisti ma con poca fantasia e tanta, tanta noia. La noia rientra anche nella seguente canzone, ma in questo caso solo nel titolo: Vivere Di Noia Basterà lascia grande spazio al piano, ha un buon ritmo ed una melodia accattivante, e quasi stona la pausa in cui Pietro Paletti (anche produttore del disco) arriva a duettare con Anna. Il ritmo cala di nuovo nella conclusiva Non Esisti Mai, ma è un’illusione che viene intelligentemente violata con inserti elettronici pseudo-industrial nella seconda strofa e con un finale strumentale ben orchestrato...peccato solo che in tutto questo sia la voce a risultare l’elemento meno funzionale.

Verano è un progetto a tratti piacevole, che non fa dell’originalità a tutti i costi il proprio cavallo di battaglia ma preferisce abbandonarsi su terreni pop per cui la voce leggiadra di Anna sembra naturalmente portata. Purtroppo proprio la voce non riesce a dare quella spinta in più all’ep, trascinandosi senza forzature per tutti i cinque brani che lo vanno a comporre (tranne forse in qualche punto della traccia iniziale): questo è probabilmente il lato più debole del disco, che non essendo impeccabile neanche dal punto di vista musicale fatica a lasciare sensazioni che durino. 

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Garrincha Dischi






sabato 14 maggio 2016

Fuzz Orchestra – Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi (Recensione)

Se la parola “sinfonico” non avesse assunto il pestilenziale significato che la storiografia musicale le ha conferito, sarebbe adeguata a descrivere la magniloquenza con cui esordisce il nuovo lavoro della Fuzz Orchestra. La solenne overture di Nel nome del padre è tuttavia bilanciata da un immediato assalto d’impeto: la ben congegnata “macchina apocalittica” di sature chitarre heavy, batteria implacabile e noise analogico per l’occasione è orchestrata da Enrico Gabrielli e potenziata dagli Esecutori di Metallo su Carta. Quando Enrico mi parlò per la prima volta del progetto di trascrivere su partitura brani di Zeus, Fuzz Orchestra, Zu, Morkobot e di tutti i transfughi vecchi e nuovi della metallurgia musicale italiana, l’esperimento era all’inizio; dopo due anni esatti, il brillante Gabrielli aggiunge una scrittura sapiente all’efficace alchimia del trio e porta con sé una schiera di illustri “esecutori” quali, ad esempio, Eugenio Bucci, Nicola Manzan, Simon Balestrazzi.
Attingere al materiale audio del cinema socio-politico italiano anni ’60-’70 significa ricordare un’Italia che non temeva di esporsi politicamente, in un contesto collettivo che ancora intendeva la politica in senso classico come riflessione sul bene comune. L’arrendevole placidità e la democristiana inclinazione al compromesso che connotano una buona parte di questo popolo – quella forse destinata allo sterminio apocalittico? – hanno finito per contaminare anche le forme espressive, generando schiere di musicisti che non sanno cos’è l’eroico furore della rivendicazione ideologica. Chi non è né caldo né freddo, io lo vomito, appella Mastroianni in Todo Modo. Tra i pochi baluardi di intransigenza sonora, Fuzz Orchestra ha sufficiente lucida ferocia per dosare furibonde sfuriate hard e geometrici tracciati ritmici con distesi classicismi e squarci di aperture riflessive. Forse frutto dell’incontro con le partiture di Gabrielli, una più complessa articolazione tra i vari elementi sonori scompone i livelli d’ascolto, come in Born into this, dilatata tra fiati e violino, o nei funebri rintocchi percussivi dell’appello all’estinzione selettiva de L’uomo Nuovo.
L’apocalisse storica, sociale e personale incombe: Una voce verrà è testimonianza dell’imminente età di purificazione cosmica, che si avvicina annunciata non dalle trombe del giudizio ma dal noise dell’apocatastasi collettiva, perché la fine dei tempi non è trionfo ma azzeramento e ripristino. Travolge come una cavalcata teutonica il saturo heavy seventies de Il terrore è figlio del buio: non più solo il vecchio continente del Settimo Sigillo attraversato dal cataclisma ma il globo intero, unificato dall’ecumenica violenza sonora di cori stratificati sulla batteria roboante. Dopo la lamentazione quaresimale filtrata al vetriolo in Lamento di una vedova, l’opera riporta nelle fucine infere con il clangore ghiacciato di The Earth will weep che, tra lancinanti ronzii industriali e stridore di cingoli, si trascina pesantissima verso l’epilogo.
Un concept sul Giudizio e sulla Redenzione terreni, riportati alle sorti dell’umanità attraverso lo sfacciato sarcasmo che si appropria delle spoglie mortali di ogni sorta di materiale sonoro. L’Ecclesiaste heavy del terzo millennio.

Voto: ◆◆◆◆◆
Label: Woodworm

lunedì 11 aprile 2016

And So Your Life Is Ruined - Rivincite (Recensione)

A distanza di un anno e mezzo circa dal loro omonimo disco d'esordio tornano gli And so your life is ruined. In molti si ricorderanno ancora la rabbia e la malinconia nascoste dietro l'imponenza di Febbraio e le parole veloci di Berlino. In Rivincite tutto si risolve in un'opera di approfondimento e levigatura, a partire innanzitutto da una maggiore attenzione alla post-produzione e non soltanto agli arrangiamenti.

Senza citare stupidi cliché, i quattro romagnoli riescono bene nel gran passo del secondo album che è figlio di un processo sostanzialmente uguale al precedente, ma diverso nelle premesse. Le migliori chitarre del 2014 dimostrano di non avere alcuna intenzione di snaturare le già collaudate aperture melodiche, ovvero il marchio di fabbrica di ASYLIR. Inoltre la gamma dinamica delle varie sfumature rimane ampia, con la coppia di testa Kirè!-Gallerie che fa già capire come siano riusciti a creare un suono tutto loro; la prima è un wall of sound improvviso ed efficace, mentre la seconda splende negli arpeggi. Infatti dopo arriva Eskimo che fa un bel sunto generale già alla terza traccia, con una bellissima progressione armonica mandata inizialmente in loop che poi esplode nel finale.

La componente math è un'altra parte fondamentale di Rivincite: Edera si arrampica in una marea di direzioni che formano una struttura precisa solo nel ritornello che riappare improvvisamente in coda (il passato che ritorna). Il colpo sentito in tutto il mondo è invece un coraggioso tentativo di distillazione pop che smorza nettamente il tutto con la sua dolcezza, una sorta di esperimento melodico che sa di cantautorato indie. Presa di rifugio riprende subito il concetto e lo sviluppa fino a sfiorare Transatlanticism. L'insieme di tutte le cose chiude con un'atmosfera estremamente malinconica che tuttavia tocca il suo punto di massima intensità nel brano Le luci all'ultimo piano.

Nel complesso Rivincite risulta un lavoro molto articolato, frutto di una creatività che si avverte viva e pulsante. Chiudendo gli occhi davanti a qualche piccolo passaggio a vuoto si può dire che siamo di fronte ad un importante segno di crescita che forse sarebbe stato ancor più marcato, evidente e brillante se si fosse investito ulteriormente sulla cifra qualitativa e non su quella quantitativa. Un disco dovrebbe essere il riassunto di un percorso e di un background in continua evoluzione: la capacità di sintesi può indubbiamente migliorare. In attesa di una nuova primavera.

Free download qui.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: V4V/Screamore



martedì 5 aprile 2016

Le Scimmie - Colostrum (Recensione)

Sono passati anni da quando mi è capitato in mano il primo ep de Le Scimmie, L’origine, quasi dieci per l’esattezza. Copertina disegnata a mano, disco masterizzato con la marca del cd-rom cancellata col pennarello nero, cartella stampa breve, concisa ma che non diceva niente, quell’ep sembrava quasi chiedere “non recensirmi”, ed io proprio da quelle cose mi faccio ingolosire...ma il problema non era l’estetica, erano proprio i pezzi: registrati male e con poche idee, ancora adesso quel disco è nella mia collezione come uno dei più brutti che mi sia capitato di ascoltare. Non dico questo per chissà quale spirito di rivalsa verso questa band di Vasto che ha avuto negli anni come elemento cardine Angelo “Xunah” Mirolli alla chitarra, quanto per enfatizzare l’incredibile evoluzione sonora che li ha portati da quell’ep al piacevole Dromomania (col quale si sono girati anche l’est Europa in tour) e, dopo 5 anni di silenzio, a questo Colostrum, un mostro sonoro di doom psichedelico fatto egregiamente.
Colostrum è anche il nome della traccia d’apertura, introdotta pacatamente dai synth per poi cominciare a bombardare con un riff granitico e compatto, di quelli che potrebbero durare ore e ti sembrerebbero secondi...ma non basta, perché Angelo, Simone (effettistica) e Gianni (batteria) si prendono il rischio di fermare la giostra sul più bello, introdurre una pausa che rischia di far saltare il banco e riprendere da dove avevano lasciato con qualche variazione sempre più accentuata, riuscendo a non rompere il giocattolo ed anzi a fargli il fiocco e porgerlo come gradito regalo, un regalo fatto di distorsioni possenti come quelle che imperversano nel potentissimo finale. Poi, per chiudere, spazio nuovamente al synth, che per tutti i quindici minuti di durata se ne sono stati lì in sottofondo ad aiutare in maniera preziosa le bordate di chitarra e batteria. Con un’inizio così si può volere di più?
Le Scimmie comunque ce lo danno il di più, a partire dalla seguente Crotalus Horridus, che non perde niente della potenza della traccia precedente ma la comprime in un minor spazio sonoro (neanche cinque minuti) e in una ritmica più serrata, più stoner che doom non fosse per quei suoni roboanti che riescono a tirar fuori, sonorità che gli Ufomammut loderebbero quanto il finale rallentato al massimo, perla anche questa di un pezzo convincente. I padrini della scena doom psichedelica italica sarebbero orgogliosi, e forse anche un po’ invidiosi, di Triticum, che dopo un inizio lasciato ancora al solo synth parte con un riff massiccio su cui una batteria tribale disegna a tratti le sue rullate, per poi esplodere a metà brano in un’ariosa apertura in cui l’effettistica mitiga con levità le sonorità lente ed oscure di chitarra e batteria ed accompagna, dopo un graduale abbandono degli strumenti, ad un onirico finale.
La calma placida evocata in conclusione della traccia precedente viene violata pesantemente da Helleborus, traccia conclusiva del disco che cerca di replicare efficacemente quanto fatto con la traccia d’apertura, pur nella metà del tempo. Stavolta il trucco riesce meno bene però, perché la ritmica più esasperata della traccia (meravigliosamente accompagnata da synth che sembrano imitare sirene d’allarme) si sposa meno efficacemente con la lunga parentesi psichedelica, e neppure il monolitico finale toglie quel senso d’insoddisfazione che deriva dall’essersi trovati a tanto così dalla perfezione e non averla raggiunta. Perché qui io faccio apposta a cercare il pelo nell’uovo, ma che il trio di Vasto abbia sfornato un album incredibile dovrebbe essere chiaro dalle mie parole anche ai ciechi, e senza bisogno di scrittura braille, tipo che metti le mani sullo schermo del computer e già percepisci un “oh la madonna!” che neanche Pozzetto ai (suoi) bei tempi.
Sarò breve e stringato, perché quel che si doveva dire lo si è detto: ottimo album, ad un pelo dal voto massimo, uno di quei dischi che ti fanno credere ancora di più nella musica e mi dimostrano, ancora una volta, che nella vita bisogna dare una seconda possibilità a tutti. Tipo a quei gruppi che esordiscono con un ep scrauso e quasi dieci anni dopo tirano le bombe a mano con gli strumenti.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Red Sound Records



lunedì 21 marzo 2016

Zippo - After Us (Recensione)

L’ascolto di Low Song, prima traccia di After Us, mi ha riportato alla mente gli anni in cui scoprivo lo stoner e mi immaginavo il mondo diviso fra chi, all’interno del genere, seguiva la via desertica e granitica dei Kyuss e chi quella più tamarra ed influenzata dallo space rock dei Monster Magnet. La canzone in questione mi ha ricordato i secondi, ma se gli anni intercorsi mi hanno insegnato qualcosa è che in realtà ci sono talmente tante tonalità di grigio fra i due numi tutelari elencati sopra che ci si potrebbe riempire un libro. Ed andando avanti nell’ascolto di questo quarto album della band abruzzese mi accorgo che la prima impressione è decisamente sbagliata.
Basta l’oscurità che regna nella seguente title track infatti a far capire che Wyndorf e soci non sono per niente l’influenza preponderante all’interno di queste otto tracce, tant’è che qui e nella seguente Comatose spuntano fuori addirittura gli ultimi Alice In Chains (quelli con Layne Staley s’intende), soprattutto nelle melodie vocali. Che dire poi della chitarra placida che blandisce nelle strofe di Summer Black, strano esperimento che sa di post punk almeno fino a che non si sfogano le distorsioni nei granitici ritornelli? Un gran bene sicuramente, ma nulla di quanto detto finora prepara ai momenti più lisergici.
Familiar Roads e Stage 6, questi i due momenti del disco in cui il viaggio si fa più piacevole per chi ama i paesaggi musicali particolarmente ariosi. Calma e placida fin quasi a metà, la prima delle due sfodera a quel punto un andamento doom inaspettato che accompagna l’ascoltatore fino alla fine e che, come negli episodi migliori del genere, la fa rimanere uguale a sé stessa senza per questo stufare. La seconda, più oscura nel suo incedere, si fa forte di una chitarra acida che nei ritornelli è perfetto contraltare del basso cavernoso ma soffre fin troppo di una struttura ripetitiva, “riabilitata” da un finale potente come pochi. A fronte di tanta varietà Adrift (Yet Alive) rischia di passare per episodio minore, con la sua energica e breve rincorsa, ma resta un gran bel sentire e dimostra una volta di più la validità del muro sonoro creato dalla band.
Se l’inizio era assimilabile ai Monster Magnet a rinsaldare quella dicotomia espressa all’inizio è la conclusiva The Leftovers: qui l’atmosfera si fa pregna dei desertici paesaggi del Joshua Tree, ma lungi dal’essere una semplice scopiazzatura delle atmosfere create da Homme, Garcia e soci la canzone ha un’anima propria in cui la reiterazione degli stessi accordi fino all’esaltante finale non si accompagna minimamente alla parola noia, esaltata anche dall’idea assolutamente azzeccata di inserire il sax qua e là...e ok che io per i fiati associati alle distorsioni ho una predilezione, ma quando sono inseriti bene non si può non farlo notare.
Non conosco il resto della produzione degli Zippo ma di sicuro After Us ha avuto il potere di incuriosirmi al riguardo. E’ bello vedere che lo stoner continua ad essere un genere che vive e non solo sopravvive, forte di opere come questa che riescono a dare una continuità senza limitarsi al ricalcare le orme passate...orme impresse nella sabbia del deserto, ovviamente.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Apocalyptic Witchcraft

giovedì 17 marzo 2016

Milf - God Save the Teen (Recensione)

Difficile prevedere le mosse dei Milf di Pescara che dopo qualche anno di silenzio tornano sulle scene presentandoci God Save The Teen. La novità sta nella scelta di servirsi di una voce, il duo sfrutta l'occasione applicandola a brani validi e studiati nel dettaglio. Anche a livello compositivo troviamo davvero tanti elementi, dalle battute in tempi dispari alla ricerca delle armonie e non solo. Il tutto appesantito da una vena hardcore inserita con gusto e nel momento adatto. Parliamo solo di uno dei tanti aspetti del sound della band che dimostra un'estrema versatilità. Rio, samba, orgy o  Porn Flakes, sembra quasi di vagare tra mondi paralleli o di trovarsi inspiegabilmente in un "videogioco porno intergalattico" dove è la band a decidere la rotta.
Ci sorprende Lei tira il cordone del frate, difficile fermarsi al primo ascolto e definirne le sonorità, questo per la velocità con cui si presentano all'ascoltatore. Il tutto accade in lasso di tempo brevissimo, difficile incontrare un brano più lungo di tre minuti. Caratteristica che non dispiace e che in realtà favorisce l'ascolto di un lavoro complesso e a volte inafferrabile.
Ninna nanna per satana è una delle tante chicche meritevoli di attenzione, la versione macabra del celebre brano intrisa di quella schizofrenia che pervade l'intero lavoro in studio. Un disco originale e molto ricercato, studiato non solo per un "orecchio raffinato" ma anche per chi è stufo di sentire la solita solfa che riempie i locali e i siti di streaming: ascoltate God save the teen.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Grammofono alla nitro



martedì 15 marzo 2016

Blackwood - As the world rots away (Recensione)

Quando qualche giorno fa Eraldo Bernocchi disse che in questo periodo della sua carriera artistica si sarebbe dedicato a musica più "diretta", alludeva anche a quella creata con lo pseudonimo Blackwood, un nuovo progetto (a cui, in sede live, collabora il batterista jazz Jacopo Pierazzuoli) che recupera quella poetica primoindustriale che non si preoccupa di mettere in comunicazione tra loro diversi generi musicali, al fine di creare un prodotto interessante, e As the world rots away lo è sicuramente.

La più grande dote di quest'ultimo lavoro di Bernocchi è il suo approccio fortemente punk, che lo fa suonare, appunto, "diretto", rendendolo facilmente assimilabile dall'ascoltatore, nonostante il genere non sia sicuramente tra i più semplici. In As the world rots away, Bernocchi fa dialogare insieme pesantissimi riff doom (che costituiscono i motivi portanti della maggior parte dei sei brani), atmosfere sinistre, crude percussioni industriali e samples assortiti, ma se proprio si dovesse evidenziare il punto più alto dell'album, senza dubbio questo sarebbe Sodom by the sea per il modo in cui il Nostro usa il silenzio, ponendolo in comunicazione diretta con la cacofonia tipica della power electronics, recuperando la lezione di John Cage. Questo brano sembra volerci dire che, in un grande album, spesso sono i dettagli a fare la differenza, ma quel che fa la differenza in questo caso è anche il modo in cui brani duri come macigni suonino easy listening se ben pensati, ed è questo il caso dell'opener Breaking God' spine.

In questo brano, il durissimo e minimalista riff di chitarra rappresenta il perno attorno al quale ruota tutto il brano, un riff semplice, concettualmente punk. La struttura è semplice: il riff regge il brano in un pesantissimo mid tempo (pesantezza esasperata dall'accordatura bassissima della chitarra) e il sampling ne acutizza la violenza. Successivamente, il brano si apre a percussioni industriali che sembrano provenire dalle picconate di minatori nel pieno del loro lavoro, il cui suono percussivo ci mette addosso una enorme sensazione di disagio, per poi riprendere il riff iniziale fino ad una conclusione particolarmente noise e cacofonica. Qui tutto torna come se fosse una sorta di brano rock che dialoga con il post-industrial, ma tutti i suoni sembrano particolarmente realistici, merito di una produzione volutamente essenziale e ruvida, e quel che rimane in testa è la gestione del tempo musicale da parte di Bernocchi: ogni riff di chitarra, così come il flusso cacofonico, viene lasciato libero di fluire fino alla sua estinzione. In questo senso, il suono è "vivo", non manipolato, o almeno ci appare tale.

In Santissima muerte da un lato ritroviamo le distorsioni di chitarra già ascoltate nel brano precedente, ma ci troviamo qui all'ascolto di un brano meno inquadrato all'interno di un ritmo definito. L'atmosfera, oltre ad essere annichilente, qui presenta anche dei connotati sinistri anche grazie all'utilizzo di certi particolari suoni, e il drumming minimalista e ruvido fa il resto.

La già citata Sodom by the sea, oltre all'utilizzo molto intelligente del silenzio, è un momento più atmosferico, in cui la componente noise ruggisce come un leone, in un fluire che la distorce e la contorce. Putridarium è un titolo eloquente per descrivere un altro brano il cui scopo non è certo quello di far sorridere: qui troviamo arpeggi decadenti in apertura, il solito pesantissimo riff doom attorno al quale ruota il brano, atmosfera dark ambient ( del resto, presente in tutti i brani dell'album) e, addirittura, un sample di lontana derivazione techno che accompagna i battiti della lenta e pesante sorta di marcia funebre qui in esame.

Anche la successiva Vulture si trascina lentamente come un enorme macigno, appesantita dall'ennesimo riff minimalista di matrice doom e da suoni angoscianti e decadenti. Una ennesima marcia disperata. Sembra di ascoltare, nello stile chitarristico di Bernocchi, una versione particolarmente lenta e pesante di certi rallentamenti death metal made in Tampa portati all'estremo (si pensi ai primi Obituary).

La chiusura viene affidata al dark ambient di Unrecoverable mistakes. Qui le chitarre sembrano parzialmente addolcirsi, poste in secondo piano rispetto ad un paesaggio ambient che, per la prima volta, sembra presentare dei toni non così cupi, quasi lontanamente speranzosi. Una piccola luce in fondo al tunnel.

As the world rots away è un lavoro ben superiore alla media del genere sia per quanto riguarda la bontà delle composizioni che, soprattutto, per via di dettagli apparentemente irrilevanti ma che lo differenziano positivamente rispetto a certe formule di genere standardizzate. Blackwood è, da un lato, la riprova di una enorme esperienza e conoscenza dei propri mezzi, e dall'altro la dimostrazione che Bernocchi ha ancora idee da vendere.


Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Subsound Records

lunedì 14 marzo 2016

Giorgio Canali & Rossofuoco - Perle Per Porci (Recensione)

"Nel corso degli ormai tanti anni passati a cercare di vivere di musica, mi è capitato di imbattermi talvolta in realtà musicali che avrebbero meritato una ribalta che non hanno mai avuto e in canzoni altrui che invidiavo, all'epoca presentate ad una audience troppo spesso distratta, canzoni che avrei voluto aver scritto io."
Un ritorno attesissimo quello di Giorgio Canali in compagnia dei Rossofuoco, in occasione dell'uscita di Perle per porci, un'antologia di brani selezionati e arrangiati dall'artista emiliano. Nulla da dire dinanzi certe meraviglie, partiamo col citare Un giorno come tanti dei romani Mary in June e ci pensa Canali ad applicare la giusta dose di grinta, Canzone dada invece potremmo considerarla come la perla più preziosa, un omaggio al New-Wave veneto di inizio '80 dei Plasticos e forse la traccia più ricercata. Storie di ieri di Francesco De Gregori è l'ennesimo brano "rubato" per usucapione e noto anche a chi ha avuto l'occasione di poter assistere ad una sua esibizione da solista. L' incommensurabile esperienza  in svariati anni di carriera pesano come macigni ma non riescono a schiacciare le liriche crude e dalla digestione lenta. F-104, brano di Eugenio Finardi tratto da Finardi dell'81, in una versione decisamente più moderna e movimentata. Interessante l'evoluzione del disco che si avvicina molto alla resa live, il valore aggiunto ad un cantautorato che tende al punk e dotato di un forte potere comunicativo. L'unica intrusa è Luna Viola tratta da Generazioni, omaggio del 2011 al Santo Niente e quindi brano già edito ma che si sposa benissimo con il resto chiudendo in bellezza un disco all'altezza delle aspettative e straordinariamente coinvolgente.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Woodworm


sabato 12 marzo 2016

Minnie's - Lettere Scambiate (Recensione)

Nonostante una carriera che dura da ormai vent’anni per me i Minnie’s sono stati una scoperta recente, almeno a livello d’ascolto visto che il nome mi era già noto da parecchio tempo. Come per altre band galeotto fu un live (ho scoperto così, un paio di settimane fa, pure i Valentina Dorme, ed anche in questo caso sono in ritardo di più di un decennio), durante il quale ho avuto modo di apprezzare appieno la miscela di punk e melodia proposta dal gruppo milanese: hardcore melodico, si diceva una volta, ma nel caso dei Minnie’s è soprattutto la seconda anima a prevalere ed i quattro brani di questo Lettere Scambiate confermano in toto quest’impressione.
Partiamo dalle note dolenti per una volta, ovvero la lunghezza dei pezzi. Le melodie ricreate dai quattro componenti della band sono coinvolgenti, sia quando calcano su di un’abrasiva malinconia come nell’iniziale E Ora? che quando preferiscono ammorbidire il tiro in Voglio Scordarmi Di Me (dove nelle strofe si sente l’inaspettata influenza dei Cure più poppeggianti, quelli di canzoni come In Between Days e Just Like Heaven per intenderci) e Per Andare Via, ma se nel primo caso le cose filano lisce, grazie all’energia dei ritornelli ed un testo particolarmente azzeccato, qualche scricchiolio si avverte a più riprese nei seguenti brani. Meno evidente in Voglio Scordarmi Di Me, dove un arrangiamento piuttosto vario riesce a mitigare il senso di deja-vu che assale ogni volta che si ripete un ritornello non particolarmente entusiasmante, la sensazione che i Minnie’s cerchino di dilatare i tempi oltre il necessario si fa forte in Per Andare Via, dove gli intermezzi strumentali non aggiungono granché e l’arpeggio atmosferico finale sembra spaiato rispetto a tutto il resto (per quanto apprezzabile se preso a sé stante).
La chiusura con Lontano, coi suoi otto minuti abbondanti di durata, si prefigura come un’estremizzazione del concetto appena espresso, e per una buona parte del brano è infatti così. La prima metà del pezzo, ripetitiva e poco fantasiosa, lascia infatti ben poche impressioni positive ma è il rallentamento che coincide con l’inizio della seconda parte a presentare sorprese: scarna in molti frangenti ma abrasiva quando la voce si fa tagliente questa parte del pezzo mette in luce una capacità di dire tanto con poco che si palesa nettamente meglio rispetto al resto dell’ep, lasciando sensazioni piacevoli anche nel lungo outro. E’ un peccato che quest’anima della band si palesi solo in chiusura, visto quanto riesce a far svoltare una canzone che sembrava aver poco da dire e quanto avrebbero necessitato di una verve simile i due brani precedenti.
La soddisfazione principale che provo alla fine dell’ascolto di questo Lettere Scambiate, al di là dell’apprezzamento dei singoli brani, è dovuta al piacere di vedere una band che dopo una così lunga carriera è ancora vogliosa di mettersi in gioco. I quattro pezzi dell’ep non sono perfetti ma gettano le basi per una ricerca sonora che, se sviluppata a dovere, può proiettare i Minnie’s ben aldilà di uno scenario punk spesso fin troppo stantio, in una maniera forse non dissimile da quanto già fatto dal Dani delle Pornoriviste coi suoi Yokoano.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: To Lose La Track\ Ammonia Records




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